Oltre i ruoli per essere più efficaci e felici

Chi mi legge, mi segue e mi conosce saprà già che oltre studiare cose belle, bere birra con gli amici e scrivere in questo blog, trascorro molto tempo facendo volontariato in diverse realtà fra le quali anche il soccorso in ambulanza.

Ormai sono quattro anni che tutte le settimane indosso la mia bella tutina rossa con le bande (ex)catarifrangenti e scorrazzo per la provincia di Varese aiutando (o almeno ci provo) questo o quel bisognoso che ha chiamato il numero unico 112.

Quando usciamo per un’emergenza, complice la divisa, gli strani oggetti che ci accompagnano, le elevatissime aspettative che i vari film americani hanno fomentato e lo stato di bisogno del paziente o l’ansia del parente, spesso siamo nelle condizioni di dover dribblare richieste esagerate che non possiamo soddisfare per i più disparati motivi. Questo scollamento tra le aspettative in noi soccorritori e ciò realmente possiamo/siamo in grado di fare è la mia prima fonte di malumori e stress per l’attività che svolgo.

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Nella guerra per i diritti d’autore siamo tutti perdenti

Pochi giorni fa ho letto questa notizia dove viene riportato come il vasto (ma non troppo) catalogo di Netflix abbia subito una pesante sforbiciata negli ultimi due anni.

In Italia è ancora troppo presto per poter osservare questo fenomeno, Netflix è una realtà ancora molto acerba qui nel bel paese quindi per ora la situazione può soltanto migliorare ma fino a quando? Leggi tutto “Nella guerra per i diritti d’autore siamo tutti perdenti”

Ancora lo chiamiamo caffè?

Due settimane fa mi sono promesso che avrei smesso col blog, che non avrei più scritto regolarmente ma solo quando avrei voluto. Beh, voglio ancora scrivere.

Devo scriverti questo: ieri ho imparato a fare il caffè.

Non sto scherzando, dico sul serio, ieri qui a Oxford mi hanno insegnato a fare il caffè.

Ok ok, forse non è chiaro… A Oxford (sì, ora sono qui!) sto cercando di stabilirmi. Il mio girovagare col curriculum mi ha permesso di ottenere anche una prova presso un café, ieri e oggi ho avuto questa fantastica prova. E voglio raccontarti la mia esperienza.

Tralascio la prima mezz’ora in cui ho lavato piatti e arrivo al dunque.

Il boss ha voluto insegnarmi come si fa un caffè, anzi il cappuccino!

Fossimo in Italia la mia formazione si sarebbe svolta così:

  • Sai usare una macchina da caffè da bar?
  • Sì! (la mia famiglia ha avuto un bar alcuni anni fa, so davvero come si usa)
  • Sai fare il cappuccino?
  • Sì!

TAC! Cappuccino pronto e formazione finita.

A Oxford, in questo café, ho ricevuto una formazione di un’ora, più altre ore indefinite che verranno, per imparare a fare caffè e cappuccini come i clienti li vogliono.

Ha quasi del paradossale questa storia: qui, dove il caffè è più simile ad una minestra marrone, dal vago sapore di caffè ho ricevuto formazione per imparare a prepararlo.

Certo, ero nel café col miglior caffè di tutta Oxford (non sto scherzando, espresso così buoni se ne bevono pochi pure in Italia) però 10 minuti per preparare un cappuccino sono inverosimili per noi italiani che non abbiamo voglia di aspettare mezz’ora per un cappuccino. Ora ti spiego come si prepara a Oxford il caffè:

Partiamo dalla scelta della macinatura, ho scoperto che la classica macinatura media che viene universalmente utilizzata in Italia qui non va bene, ogni caffè vuole la sua macinatura.

Poi bisogna scaldare la tazza del cappuccino (l’espresso non è contemplato, è da sfigati!) riempiendola d’acqua fino all’orlo (sacrilegiooo!)

Si fanno due caffè in due distinti bicchierini riempiendoli fino alla misura contrassegnata.

Si prepara il latte ottenendone una crema ma attenzione che per prepararla bisogna regolare al millimetro l’immersione del beccuccio e l’inclinazione del contenitore.

Infine, con tutti gli ingredienti pronti, si può comporre il cappuccino: versando prima il caffè dei due bicchierini nella tazza e poi, con movimenti di precisione chirurgica, si aggiunge la crema ottenuta dal latte.

Questo è come si prepara un cappuccino all’inglese. E fidati che l’ho anche fatta corta.

Per un barista attento questa è eresia! (Ho avuto la pelle d’oca in alcuni momenti)

Questo modo di preparare il caffè è, per i miei occhi, una cartina tornasole della società inglese. Dopo due settimane che vivo qui sto iniziando a imparare quali paradigmi prevalgono e sono riuscito a trovarne conferma in quel “semplice” cappuccino che ho visto preparare ieri pomeriggio e ora proverò a farne un riassunto:

  • Cura maniacale per il cliente: qui la costumer care è la fondamenta su cui si stabilisco i rapporti umani, forse sembra che esagero ma ho la sensazione che qualsiasi persona venga trattata come se fosse il miglior cliente e questo l’ho notato nella cura estrema che veniva riversata su ogni cappuccino che hanno preparato
  • Tutto è in vendita: se tutti sono potenziali clienti probabilmente tutto può essere merce in vendita. Questo, ed è una sensazione mia, mi porta a considerare che qui i rapporti umani vengano vissuti come rapporti d’affari; rapporti che non voglio considerare disumanizzati o freddi, non voglio cavalcare stereotipi falsi, però sicuramente meno romantici rispetto a quanto sono stato abituato in Italia
  • Efficacia nel portare a termine il compito: delle cose che funzionano ci si abitua i fretta e qui hanno la straordinaria abilità di far sembrare semplice qualsiasi attività in fondo basta eseguire in modo maniacale la sequenza esatta di processi che la compongono. Così è stato per il cappuccino: una sequenza codificata di procedimenti che ti portano per forza al risultato esatto. Ma l’obiettivo è il cappuccino o la procedura?

Questi sono i tre pilastri su cui valuto sia basata la società qui nel Regno: una società attentissima ai bisogni del prossimo e che è riuscita a non farmi mai sentire uno straniero, malgrado le mie capacità comunicative traballanti; ambigua nei confronti del cambiamento, che lo cavalca ma al tempo stesso cerca di restare ancorata alle tradizioni; e per ultimo frivola, concentrata più sulla forma che sulla sostanza, sull’apparire che sull’essere e che trova nel complicato il bello.

Voglio chiudere ritornando al caffè.

Per noi italiani il caffè più che una bevanda è un momento, una coccola che ci concediamo, piccola e veloce come un abbraccio o un sorriso sincero; e come un abbraccio o un sorriso è un momento che si esaurisce in fretta ma che lascia un piacevole sapore in bocca per molti minuti.

Per gli inglesi il caffè è anchesso una coccola, un piacere, che però va corretto con del latte e sorseggiato, piano piano, mentre si legge, si lavora, si chiacchiera con gli amici: il caffè è un modo per rendere il momento più leggero ma certo non è lui il vero protagonista.

Due modi per vivere la stessa cosa. Io comunque preferisco il romantico caffè espresso amaro e cremoso che ho imparato ad amare in Italia.

Saluti da Oxford

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Sorry, where’s the science museum?

Sembra solo ieri ma sono qui a Londra già da una settimana.

In una settimana si potrebbe pensare che se ne siano fatte di cose e invece… Sì!

In effetti è stata una settimana piena di eventi ed emozioni ma ciò che più mi è rimasto impresso, probabilmente perché è successo proprio ieri, è la frase che presta il titolo a questo post, sì proprio questo “Sorry, where’s the science museum?”.

Perché questa frase? Perché è arrivata a bruciapelo da una famiglia di turisti tedeschi che, fra centinaia di persone in quel momento presenti, hanno deciso di chiedere proprio a me indicazioni, convinti probabilmente che io fossi del luogo e qualche minuto dopo ciò si è ripetuto con tre turiste che smarrite, hanno pensato bene di chiedermi indicazioni.

L’evento è la cartina tornasole di un successone, in appena sei giorni sono riuscito a perdere l’aria smarrita del turista e rincaro anche la dose perché non sono abituato a frequentare grandi città (ai miei occhi è immensa Milano, questo la dice lunga). Sono proprio contento di questo!

Altre cose da dire di questa settimana? Sì, ancora due.

Per quanto mi stia ambientando qua a Londra ho comunque deciso di abbandonarla presto, domani mi trasferisco a Oxford; Londra è magnifica ma è anche infinitamente caotica, rumorosa e popolosa: sono abituato, come ho già detto, a città molto più piccole che con qualche ora di passeggiata si riescono camminare tutte le vie, Londra è troppo e non voglio viverci: ho bisogno del silenzio e della quiete, questa è una mia nuova consapevolezza: pensavo di poter resistere a tutto e invece no, anche la mia amata società tanto amata non è.

Per ultimo devo dire che ho gettato le basi per lo stabilizzarmi qui nel Regno: ho un numero di telefono, ho un appuntamento per il rilascio del NIN (una specie di codice fiscale, indispensabile per qualsiasi tipo di lavoro) e riesco anche comunicare adeguatamente bene per far valere le mie volontà.

Alla prossima! Non vedo l’ora di iniziare a lavorare.

Fine

Un altro avvenimento importante coglie IlSociologo ed è l’evento che chiude un cerchio perché tutte le storie, belle o brutte che siano, hanno una: FINE.

IlSociologo è appena giunto alla sua fine… A dire il vero ciò è accaduto mesi fa quando, alle prese con esami, poca voglia di scrivere e una vita off line piena di impegni (e soddisfazioni!) ho deciso di saltare un primo appuntamento e poi un secondo e così via… Ritengo però che sia giusto mettere fine a questo progetto come lo avevo iniziato ovvero con un post che ne spieghi il significato.

Quindi inizio da qui: dalla fine.

IlSociologo, così come lo avete conosciuto, e spero anche apprezzato, ha esaurito la sua funzione. Mi spiace per te che, probabilmente, mi hai sempre seguito però questo progetto è nato con l’idea di essere prima di tutto un esperimento, per me, perché volevo imparare a gestire un blog, a scrivere per il web e a produrre dei contenuti interessanti (spero) utilizzando quanto negli anni ho studiato con impegno.

IlSociologo è finito perché io, Marco, non sono più IlSociologo. Ho da poco terminato il primo anno di magistrale e le conoscenze che sto acquisendo nel mio percorso di studi si stanno integrando con quanto ha fatto di me IlSociologo, portandomi però ad essere altro ma certo non posso più autodefinirmi IlSociologo.

Per ultimo devo annunciare che in questo momento il mio volo per Londra sta partendo, parto con lo scopo di vivere una esperienza di alcuni mesi là perché ho deciso che il modo migliore per imparare l’inglese, che tanto mi servirà, e a cavarmela contando soltanto sulle mie forze è facendosi coraggio e partire. Spero che questa scelta, un po’ scellerata, mi permetta di apprendere molto riguardo me stesso, le persone e il mondo; spero anche che duri abbastanza (al momento ho soltanto un ostello prenotato fino al 5 agosto e alcuni contatti di locali dove chiedere un impiego) da farmi tornare a casa cambiato, in cosa non lo so, ma sono fiducioso che ciò accada.

Così, con queste righe, che sono già diventate troppe, voglio salutarti. Voglio però che questo non suoni come un addio ma piuttosto un arrivederci; terrò a lungo questo dominio e di conseguenza terrò anche il blog, semplicemente non verrà aggiornato spesso, sarà utilizzato come un diario in cui di tanto in tanto mi racconterò.

Verrà il giorno in cui aprirò un nuovo blog, con contenuti tutti nuovi, una grafica nuova e sarà anche orientato completamente al business perché a questo IlSociologo è servito: aiutarmi per quando lavorerò freelance.

Arrivederci, e grazie per tutto il bene.

Photo Credit: wojofoto via Compfight cc

C’era una volta un ragazzo…

C’era una volta un ragazzo, figlio della sua terra, una terra difficile malgrado la natura l’abbia resa così fertile.

Aveva circa vent’anni, forse di meno, le mani già dure dagli anni di lavoro, il fisico magro perché un paese in guerra fatica a sfamare i suoi cittadini e lo sguardo limpido che permetteva di leggervi l’entusiasmo di chi a vent’anni sogna per sé, soprattutto per sé, un futuro migliore, splendente come quelle due biglie divise da un naso sottile.

Malgrado la guerra era sereno, i suoi due fratelli maggiori erano partiti per il fronte ma di tanto in tanto riuscivano a comunicare con lui e la sua famiglia e poi, quattro braccia in meno si sento, il lavoro è tanto e non è facile pensare alle barbarie della guerra quando non si ha la certezza di mettere qualcosa sotto i denti la sera.

Un giorno però, un giovedì di mercato qualsiasi, apprese che il nemico aveva da poco assestato un duro colpo all’esercito che difendeva la sua terra, la sua famiglia, e si muoveva a gran velocità nella sua direzione. Che fare?

Prima di tutto correre, corre a casa ad avvisare i genitori e i pochi amici rimasti e poi… Poi decidere cosa fare diventa difficile. Restare? Scappare? Arruolarsi in qualche battaglione di ribelli? Quale futuro scegliere?

Lui, il mio protagonista immaginario, potrebbe chiamarsi Andrea o Giovanni o Michele ed essere un ragazzo qualsiasi di un qualsiasi paesino emiliano durante la seconda guerra mondiale oppure potrebbe anche chiamarsi Samir o Abdullah o Hamed essere un ragazzo somalo e vivere oggi su questa nostra stessa terra ma dalla parte sbagliata del Mediterraneo.

Oggi come settant’anni fa, ancora oggi, uomini, donne e bambini, spesso giovani e giovanissimi, decidono di abbandonare la propria terra, i propri cari, per scappare da guerre disumane.

Fra pochi giorni festeggeremo l’anniversario, il settantesimo, della liberazione d’Italia dal nazifascismo e in quel giorno ricorderemo partigiani e vittime della follia e tutti coloro che combatterono per permetterci oggi di vivere in questo paese, che per quanto disgraziato, resta comunque un paese libero, ricco e giusto. Loro, quei ragazzi che ci donarono questa Italia, sono morti inseguendo un sogno dal profumo di libertà, di progresso e di pace e per lo stesso identico obiettivo migliaia di disperati, provenienti da ogni paese africano e non, sono morti nelle calme acque del Mediterraneo, del Mare Nostrum.

Dove sta quindi la differenza? Non sono anche loro dei martiri per la libertà?

Ritengo che tutti coloro che decidono di giocarsi l’anima per inseguire il sogno di una vita migliore, una vita dove ti è permesso di immaginare il futuro, siano da aiutare con tutta la forza possibile per permettergli di raggiungere quel sogno.

Io, purtroppo, non so come poterlo fare, quali leve politiche muovere; io mi impegno però ogni giorno a donare al profugo che approda sulle coste della nostra Italia tutto il rispetto che merita e lotto, anche con questo post, perché ciò diventi comportamento comune fra tutti gli italiani.

Perché ogni morto, uno soltanto, è già troppo!

photo credit: Paper Ship. via photopin (license)

La tua Isola

Ho intenzione di fare un gioco con te. Nessun enigma, promesso, giochiamo a carte scoperte, farai tutto tu!

Vuoi seguirmi?

Tu e tre amici dovrete restare su un’isola. Puoi portare soltanto cinque oggetti, dopo aver stabilito quali saranno i vostri cinque oggetti decidi (decidete) quali saranno le prime tre azioni che tu e il tuo team compirete.

Queste sono le indicazioni adesso puoi giocare, puoi iniziare a scegliere!

Io già immagino quale direzione prenderanno le tue scelte, provo a stilare un elenco di cinque oggetti e tre azioni e poi ti invito a commentare se sono andato più o meno vicino.

I cinque oggetti:

  • Corda
  • Tenda/telone
  • Coperte
  • Coltello
  • Rete da pesca

Mentre le tre azioni probabilmente saranno:

  • Costruire un rifugio
  • Accendere un fuoco
  • Procurarsi acqua e cibo

Quanto differisce il mio elenco dal tuo?

Adesso che il “gioco” è concluso posso spiegarti da dove arriva: questa è una parte di attività che abbiamo svolto all’ultima riunione del mio comitato di Croce Rossa, in quella sede serviva per illustrare una stratificazione di bisogni (e desideri) del team di appartenenza.

Io però ne ho letto un’altra cosa: date le indicazioni molto limitate (restare su un’isola) tutti i gruppi hanno optato per portare con sé oggetti utili soprattutto su un’isola deserta o quantomeno inospitale.

Ma chi ha dato queste indicazioni?

Ebbene, questo che poco sopra ho presentato come un gioco banale è però, a tutti gli effetti, ciò che accade ogni giorno. Prova a pensarci: quante volte ricevi richieste che ti sembrano incomplete oppure che sei convinto di aver ben compreso ma che una volta portate a termine sfociano in un “ma io non ti avevo chiesto questo”. Saper parlare chiaro non è facile ma neppure saper ascoltare lo è.

Questa è la vita quotidiana, quella fatta di euristiche, bias e fallacie ovvero tutti quei nomi utilizzati dagli psicologi per spiegare “seghe mentali” ed errori. Essi sono fra le prime cause di litigi e scelte errate o non ottime i cui effetti, di queste piccole incomprensioni, potrebbero portare a fallimenti imprenditoriali, separazioni e incidenti ma, sciagure a parte, rappresentano sempre delle noie. E pensare che basta così poco per evitare la maggior parte di questi problemi… Dalla mia esperienza e soprattutto dai libri che ho studiato (e sto studiando) le principali azioni sono:

  • Fare domande e riformulare le richieste
  • Impegnarsi a sviluppare scenari alternativi
  • Chiedere feedback e opinioni a terzi, possibilmente esperti in materia

Così, con poche semplici azioni si possono evitare sia molte incomprensioni, che sono alla base dei grandi e piccoli malumori, sia inaugurare nuovi percorsi per soluzioni innovative, più rapide o divertenti rispetto a quanto si è sempre fatto.

Il principio di fondo è sempre lo stesso: mettersi in gioco e non avere MAI paura di chiedere.

Ah, vuoi sapere qual è stata l’isola immaginata dal mio team? Per noi l’isola era l’isola dei balocchi, con parchi di divertimento, piscine e feste. Perché in fondo sognare fa sempre bene!

Photo Credit: junjiebot via Compfight cc

Pausa

A novembre ho iniziato una nuova “avventura” per il blog proponendomi di scrivere ogni mese due post; dopo i primi quattro mesi con questo piano editoriale i risultati devo dire che sono stati soddisfacenti, a volte anche sorprendenti.

Oggi però leggerai qui la mia intenzione di non rispettare l’impegno per questo mese. Le prossime righe comporranno l’unico post che pubblicherò a marzo perché i programmi bisogna seguirli, i compiti portarli a termine ma è ugualmente importante capire perché si è deciso di fare una cosa ed è anche utile fermarsi a volte.

Il mio blog è uno spazio di condivisione di idee e lo vivo con leggerezza, quasi come si faceva da bambini al gioco “facciamo finta che”. È un gioco ma per questo non è meno utile di qualsiasi attività che potrebbe occuparmi le mie giornate e proprio perché un gioco deve rimanere leggero, non deve costituire un fardello.

Con queste premesse, per rispetto mio e soprattutto tuo che leggi, ho deciso che in questo mese di marzo, ricco per me di esami, impegni e anche svago (proprio ora sono a Vigo di Fassa con alcuni amici), non ci sarà nessun altro post. Non scriverò nulla a marzo.

Arriverà presto, con rapidità imbarazzante, aprile e allora riprenderò la mia solita programmazione, con gli abituali post dove esperienze personali, conoscenze apprese a lezione e qualche sfumatura di sociologia si incontrano.

Questo è quanto, ci ritroveremo qui l’otto di aprile, stesso luogo e stessa ora. A presto!

Marco

photo credit: Play via photopin (license)

AAA nocchiere cercarsi

Sono sempre stato uno studente modello (a modo mio), anche in quegli anni bui che precedono il diploma. Così tanto modello che ancora oggi, dopo quasi 5 anni dal diploma (‘cidenti se vola il tempo!), vado di tanto in tanto all’ITIS, anzi ISIS (Istituto Statale di Istruzione Superiore), che ha avuto la fortuna di vedermi tra gli iscritti.

Proprio ieri mattina sono andato a fare uno delle mie abituali, ma non troppo, visite per salutare alcuni docenti, osservare quali personaggi pittoreschi conseguiranno un diploma e fare anche pubblicità a quell’entità disgraziata che l’università italiana. Perché se tutti questi dati statistici (QUI e QUI ci sono due rapporti sugli andamenti dell’istruzione) portano alla luce un costante calo del numero di iscritti all’università e, un ancor peggiore, tasso d’abbandono dei vari percorsi scolastici, una qualche correlazione con la crisi economica, e il suo perdurare, ci sarà.

Ora, cercare di illustrare qui, brevemente, una possibile causa del fenomeno è impossibile. Dovrei fare una ricerca sociale molto approfondita che poi sicuramente non avrai neppure voglia di leggere (e io non sono nemmeno pagato per farlo) quindi ho pensato bene di selezionarti alcuni articoli che illustrano in breve il fenomeno dell’abbandono scolastico e la correlazione tra questo e la crisi economica (abbandono scolastico e qua un lungo articolo che correla crisi economica e livelli d’istruzione).

Ma torniamo ora alla mia esperienza, a questa avventura nella giungla chiamata Istituto Tecnico, ed ecco che cosa ho avuto modo di osservare:

Ho osservato che, tra Loro e Me di cinque anni fa, non c’è nessuna differenza: le aule sono sempre le stesse, metodo di insegnamento pure, professori anche (nell’elenco dei professori ho trovato nomi di docenti prossimi al pensionamento da almeno 3 anni), laboratori idem. Addirittura non è ancora stato ultimato un progetto che avevamo avviato noi quarta di sei anni fa.

Parlando poi con i professori e i ragazzi il quadro si fa drammatico in quanto i professori sono sfiduciati, obbligati a lavorare con programmi scolastici obsoleti, e i ragazzi svogliati e disinteressati, che fanno ciò che devono fare perché è l’unico modo per ottenere il famigerato foglio di carta. Ho poi provato a chiede ai ragazzi dei loro progetti per il futuro e così degli occhi straniti mi hanno guardato come se avessi chiesto di indicarmi un allevamento di unicorni; pochi hanno una idea di futuro rappresentata dall’iscrizione all’università… E io ho rivisto la mia classe, in quinta, in navigazione senza meta.

Nulla è cambiato in quella scuola negli ultimi cinque anni, io però sono cambiato molto e vedere quella situazione mi ha intristito molto. Lì ho visto il futuro che ci potrebbe attendere se non si agisce un cambiamento vero e non i soliti proclami di X miliardi di euro.

E così penso: “tutta colpa della crisi economica?”. Quella vista ieri è una delle principali cause della crisi economica ma tanto questo non è un problema, perché “di cultura non si mangia”.

Photo Credit: Erwanicolas via Compfight cc

Un compleanno speciale: #EkisBday

Domenica scorsa, 1 febbraio, la mia sveglia è suonata all’alba; con ancora il sole basso sono uscito di casa diretto alla stazione perché alle 8 dovevo essere al Teatro dal Verme a Milano perché qualcuno, Francesca, mi ha coinvolto (e convinto) ad essere fra le fila dello staff della YourSmartAgency.

L’occasione di lavorare ad un live twitting al fianco di professionisti come Benedetto, Paolo e Irene (e mi spiace per l’assenza di Daniela) è stata una fortuna non indifferente, se poi si aggiunge anche la possibilità di incontrare altri Blogger e SocialCosi conosciuti qui e là “nell’internet” il gioco è fatto: IRRIPETIBILE! Già così, con queste “premesse”, ci sono tutti gli ingredienti per qualcosa di grande… Ma non è finita qui!

Già perché alle 8 a Teatro non c’era mica una radunata di SocialCosi bensì l’Ekis Evento ovvero l’Ekis Birthday che, per dirla alla social, si scrive #EkisBday (qui trovi tutti i tweet).

Il compleanno di Ekis, questa azienda che si occupa di coaching da anni, è un evento benefico chiamato Beautiful Day dove si ha la possibilità di seguire gli interventi di alcune personalità di spicco, ognuno nel proprio campo, che mi ha ricordato i più famosi TEDTalks.

Quindi, tra un tweet e un retweet, sono anche riuscito a seguire gli interventi dei vari relatori che si sono susseguiti sul palco del teatro; è stato molto interessante per me ascoltare le storie di tanti uomini e donne, ognuno di loro con un passato e origini (sia geografiche che professionali) differenti.

Ascoltandoli sono riuscito a comprendere quale fosse la chiave di volta che li ha portati ad essere quella domenica su quel palco: l’umiltà.

Penso che sia facile cadere nel vizio della superbia quando si vincono quelle sfide che contano, quando si conseguono, uno dietro gli altri, gli obiettivi prefissati e quando poi il mondo in cui si vive inizia ad attribuirti l’etichetta della “persona-di-successo” (quale successo?); probabilmente lo farei anche io, per quanto mi ritenga umile, non nego che potrei cadere nella tentazione di pensarmi una persona migliore rispetto a tutti coloro che mi circondano.

Perché loro sono così umili?

Ci ho pensato, in questi giorni ci ho pensato e ripensato, e ho ipotizzato che la loro umiltà non sia una specie di medaglia che il “successo” gli ha donato come omaggio insieme a quelle altre che sono nella dotazione standard della persona-di-successo (stima, denaro, serenità e così via). Se così fosse andrebbe contro le sacre leggi della statistica… E allora?

Mi sono risposto che questa umiltà altro non è che uno strumento (mi sono immaginato un trapano) presente nella cassetta degli attrezzi di ognuno di loro.

È quello strumento indispensabile che ti ricorda sempre che per raggiungere un determinato obiettivo dovrai insistere, probabilmente fallirai anche, spezzando la tua punta più e più volte, ma nonostante ciò non dovrai arrenderti. L’umiltà ti ricorda che comunque non sei solo: potrai sempre chiedere aiuto a qualcuno, che sia un amico, un parente o anche la prima persona che incontri perché se l’obiettivo ti è ben chiaro nella mente, un modo per realizzarlo lo troverai – indipendentemente dal percorso da percorrere.

Questa è la mia idea di umiltà vista (inteso proprio come sensazione) domenica scorsa. A fine mese sarò ad un altro evento Ekis, ma come partecipante, e andrò con l’intento di individuare negli altri partecipanti proprio questa particolare umiltà, oltre ovviamente a portarmi a casa quanto più questa due giorni mi offrirà. Ci riuscirò?

photo credit: “Maybe It’s Another Drill.” via photopin (license)