Ho una cosa da dirti, caro analfabeta funzionale

Attenzione!

Il seguente post è antipatico, probabilmente riconoscerai te stesso o un tuo caro fra le righe di quanto leggerai. Potrebbe anche farti arrabbiare o spaventare e, la cosa peggiore di tutte, è che non fornirò alcuna soluzione al “problema”.

Se vuoi davvero seguirmi all’interno di questo viaggio ti consiglio di accomodarti, scegli la posizione che più ti aggrada, spegni l’interruttore nel tuo cervello del pregiudizio (se ci riesci, ovvio) e lancia la canzone qui sotto.

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Innovare l’innovazione: istruzioni per l’uso

Innovazione… Ripeti con me! Innovazione… Non è magnifica?

Ha un suono tutto particolare che porta con sé l’idea di movimento e di pulito e anche il suono che fanno le menti quando pensano a cose fantastiche. Lo senti anche tu questa melodia?

O forse senti quello scricchiolio dei vecchi modem 56k? O il ronzio di un schermo?

Rilassati… È normale!

Negli ultimi anni la politica e gli organi di rappresentanza dell’imprenditoria hanno usato sempre più il termine innovazione come sinonimo dell’Information Tecnology che è anch’esso utilizzato come sinonimo di dispositivi-connessi-al-web.

Io sono il primo a dire che non si può fare innovazione senza le tecnologie informatiche e il primo posto dove andrei a cercare una informazione è il web. Ma siamo così sicuri che l’innovazione sia tutta in queste tecnoliogie?

Voglio costruire il mio ragionamento partendo dalla definizione data da Treccani.it del sostantivo femminile innovazione:

innovazióne s. f. [dal lat. tardo innovatio -onis]. – 1. a. L’atto, l’opera di innovare, cioè di introdurre nuovi sistemi, nuovi ordinamenti, nuovi metodi di produzione e sim.: la nostra società richiede una profonda innovazione, o, al plur., profonde innovazione; innovazione politiche, sociali, economiche. b. In senso concr., ogni novità, mutamento, trasformazione che modifichi radicalmente o provochi comunque un efficace svecchiamento in un ordinamento politico o sociale, in un metodo di produ

Sorgente: innovazióne in Vocabolario – Treccani

Vorrei che ti concentrassi sulla prima definizione, anzi proprio sulla prima parola per definirla: Atto.

L’innovazione è un atto! Una azione umana che, proseguendo nella definizione, comporta l’introduzione di alcune novità in ciò che viene svolto regolarmente.

Quindi quella tecnologica è solo una delle tante tipologie di innovazione e quella dell’information tecnology è ancora una tipologia fra tutte le tipologie possibili di innovazione tecnologiche. E così penso:

si fa veramente innovazione quando mettiamo un po’ di internet qui e un po’ di web lì?

La risposta che mi sento di dare è un enorme NO.

Secondo me no, non si fa innovazione così e forse, paradossalmente, si va a complicare ulteriormente un sistema già complesso (piccolo esempio, che non credo tutti sappiano: gli atti prodotti dai comuni, le cosiddette delibere e determine, devo essere conservate e archiviate sia in forma cartacea che in forma digitale così il lavoro per gli uffici viene raddoppiato in quanto prima di ogni archiviazione è necessario scansionare i documenti, raccoglierli, catalogarli e archiviare il tutto in costosi server prima di procedere nell’archiviazione del cartaceo). E se questo accade nei nostri comuni, chissà cos’altro accade nelle scuole, negli ospedali, nelle aziende grandi e piccole e minuscole?

Io ritengo che innovare sia innanzitutto una forma mentis, un modello culturale che chiunque possa apprendere e vorrei provare a definirla attraverso quanto sto studiando in questo periodo per scrivere la mia tesi che sì, tratterà anche di innovazione. Quindi la cultura dell’innovazione, dal mio punto di vista, è:

  • Informazione:

Per innovare è necessario, come l’acqua è necessaria alla sopravvivenza, di informazioni e la distribuzione e la raccolta di queste trova nell’information tecnology il proprio terreno fertile in cui attecchire. Purtroppo trovare le informazioni che servono è un lavoro lungo, complesso e molto costoso, per questo consiglio fortemente di avvalersi dell’aiuto di professionisti esterni.
Ma per chi abbia voglia di fare uno sforzo in più e procurarsi da sé le informazioni che mancano, soprattutto se si conosce già quali informazioni si vuole ottenere, c’è la possibilità di sfruttare una risorsa estremamente potente e alla portata di tutti: l’Università. E non parlo soltanto di iscriversi a un corso di laurea o ad un master ma sto parlando di un’altra cosa, ancor più pratica, ovvero: i professori il più delle volte pubblicano il programma del proprio corso di laurea sui siti delle facoltà in cui insegnano e quasi sempre corredano il tutto con i testi di riferimento e così, a zero spese, hai fra le mani i migliori libri in cui recuperare le informazioni che cercavi

  • Analisi delle informazioni:

Le sole informazioni però non bastano, una volta raccolte bisogna anche organizzarle in funzione dello scopo che ci siamo dati (piccola anticipazione), dobbiamo leggere fra le righe di quanto raccolto, mescolare, sintetizzare, estrarre e ancora mischiare. È un lavoro duro, forse è ancora più duro del lavoro di raccolta di queste ma è essenziale, senza di esso non si può preparare il campo per il cambiamento

  • Avere un obiettivo:

Sembrerà banale ma l’innovazione parte dall’idea di innovazione desiderata. Magari l’idea è confusa, un po’ traballante, ma senza di essa non si agirebbe!
Lo scrivo come terzo punto perché secondo me non può essere sempre il punto di partenza del processo innovativo, a volte si innova per caso, a volte mentre si lavora per una innovazione diversa e così via. L’innovazione è un viaggio verso una meta, magari, proprio come un viaggio, si vuole raggiungere un luogo e poi si scopre di aver raggiunto un nuovo luogo, forse migliore, forse no.

  • Avere un sistema di feedback:

Innovare è bello, applicare il cambiamento sarà anche eccitante, lavorare per uno scopo edificante ma poi, come fai a capire se l’obiettivo è stato raggiunto? E in che misura lo hai raggiunto?
Ho detto prima che fare innovazione è un viaggio verso ma come capisco se sono arrivato al punto in cui pensavo di arrivare? I cartelli stradali, il mare, la tal roccia dalla forma caratteristica, sono sistemi di feedback “naturali” ma se non sono presenti naturalmente è necessario crearli, come le bussole per i capitani d’altri tempi e così, una volta stabilito l’obiettivo, bisogna poi fissare dei riferimenti per dire sì, sto procedendo bene

Così, tutti questi punti, intrecciandosi fra loro come punti su una ruota a raggi, compongono la mia visione della cultura dell’innovazione; come un sistema complesso che agisce, che prova, si sbaglia, si corregge, si migliora e agisce di nuovo. A questi quattro poi vorrei aggiungere un quinto punto che ritengo essere trasversale a tutti i precedenti e di fondamentale importanza: la Sincerità. Sincerità soprattutto con sé stessi, prima che con gli altri; un grave errore che comunemente commettiamo è quello di credere che ciò che stiamo svolgendo sia giusto, sia il migliore possibile, sia perfetto. È nostra tendenza (dovrei a questo punto parlare di euristiche e bias ma ti evito la lezione di psicologia cognitiva) ad accrescere le dimensioni dei successi e a minimizzare gli errori e le problematiche, per questo suggerisco di non lavorare mai da soli ma di farsi aiutare da qualcuno che vada a rivestire i panni dell’”avvocato del diavolo”, almeno ogni tanto, per scoprire eventuali errori e sbandate occorse nel procedimento.

Chiaramente tutto ciò non è esaustivo, né completo (del resto affronterò il tema dell’innovazione solo in parte all’interno della mia tesi) ma credo sia sufficiente per chiarire un concetto: innovazione è prima di tutto un modo di pensare, poi di agire.

E per salutarti vorrei lasciarti con questo famoso aforisma di Proust che raccoglie l’essenza di tutto ciò detto in questo post:

L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi.

Photo Credit: Ian Sane via Compfight cc

Oltre i ruoli per essere più efficaci e felici

Chi mi legge, mi segue e mi conosce saprà già che oltre studiare cose belle, bere birra con gli amici e scrivere in questo blog, trascorro molto tempo facendo volontariato in diverse realtà fra le quali anche il soccorso in ambulanza.

Ormai sono quattro anni che tutte le settimane indosso la mia bella tutina rossa con le bande (ex)catarifrangenti e scorrazzo per la provincia di Varese aiutando (o almeno ci provo) questo o quel bisognoso che ha chiamato il numero unico 112.

Quando usciamo per un’emergenza, complice la divisa, gli strani oggetti che ci accompagnano, le elevatissime aspettative che i vari film americani hanno fomentato e lo stato di bisogno del paziente o l’ansia del parente, spesso siamo nelle condizioni di dover dribblare richieste esagerate che non possiamo soddisfare per i più disparati motivi. Questo scollamento tra le aspettative in noi soccorritori e ciò realmente possiamo/siamo in grado di fare è la mia prima fonte di malumori e stress per l’attività che svolgo.

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Nella guerra per i diritti d’autore siamo tutti perdenti

Pochi giorni fa ho letto questa notizia dove viene riportato come il vasto (ma non troppo) catalogo di Netflix abbia subito una pesante sforbiciata negli ultimi due anni.

In Italia è ancora troppo presto per poter osservare questo fenomeno, Netflix è una realtà ancora molto acerba qui nel bel paese quindi per ora la situazione può soltanto migliorare ma fino a quando? Leggi tutto “Nella guerra per i diritti d’autore siamo tutti perdenti”

Ancora lo chiamiamo caffè?

Due settimane fa mi sono promesso che avrei smesso col blog, che non avrei più scritto regolarmente ma solo quando avrei voluto. Beh, voglio ancora scrivere.

Devo scriverti questo: ieri ho imparato a fare il caffè.

Non sto scherzando, dico sul serio, ieri qui a Oxford mi hanno insegnato a fare il caffè.

Ok ok, forse non è chiaro… A Oxford (sì, ora sono qui!) sto cercando di stabilirmi. Il mio girovagare col curriculum mi ha permesso di ottenere anche una prova presso un café, ieri e oggi ho avuto questa fantastica prova. E voglio raccontarti la mia esperienza.

Tralascio la prima mezz’ora in cui ho lavato piatti e arrivo al dunque.

Il boss ha voluto insegnarmi come si fa un caffè, anzi il cappuccino!

Fossimo in Italia la mia formazione si sarebbe svolta così:

  • Sai usare una macchina da caffè da bar?
  • Sì! (la mia famiglia ha avuto un bar alcuni anni fa, so davvero come si usa)
  • Sai fare il cappuccino?
  • Sì!

TAC! Cappuccino pronto e formazione finita.

A Oxford, in questo café, ho ricevuto una formazione di un’ora, più altre ore indefinite che verranno, per imparare a fare caffè e cappuccini come i clienti li vogliono.

Ha quasi del paradossale questa storia: qui, dove il caffè è più simile ad una minestra marrone, dal vago sapore di caffè ho ricevuto formazione per imparare a prepararlo.

Certo, ero nel café col miglior caffè di tutta Oxford (non sto scherzando, espresso così buoni se ne bevono pochi pure in Italia) però 10 minuti per preparare un cappuccino sono inverosimili per noi italiani che non abbiamo voglia di aspettare mezz’ora per un cappuccino. Ora ti spiego come si prepara a Oxford il caffè:

Partiamo dalla scelta della macinatura, ho scoperto che la classica macinatura media che viene universalmente utilizzata in Italia qui non va bene, ogni caffè vuole la sua macinatura.

Poi bisogna scaldare la tazza del cappuccino (l’espresso non è contemplato, è da sfigati!) riempiendola d’acqua fino all’orlo (sacrilegiooo!)

Si fanno due caffè in due distinti bicchierini riempiendoli fino alla misura contrassegnata.

Si prepara il latte ottenendone una crema ma attenzione che per prepararla bisogna regolare al millimetro l’immersione del beccuccio e l’inclinazione del contenitore.

Infine, con tutti gli ingredienti pronti, si può comporre il cappuccino: versando prima il caffè dei due bicchierini nella tazza e poi, con movimenti di precisione chirurgica, si aggiunge la crema ottenuta dal latte.

Questo è come si prepara un cappuccino all’inglese. E fidati che l’ho anche fatta corta.

Per un barista attento questa è eresia! (Ho avuto la pelle d’oca in alcuni momenti)

Questo modo di preparare il caffè è, per i miei occhi, una cartina tornasole della società inglese. Dopo due settimane che vivo qui sto iniziando a imparare quali paradigmi prevalgono e sono riuscito a trovarne conferma in quel “semplice” cappuccino che ho visto preparare ieri pomeriggio e ora proverò a farne un riassunto:

  • Cura maniacale per il cliente: qui la costumer care è la fondamenta su cui si stabilisco i rapporti umani, forse sembra che esagero ma ho la sensazione che qualsiasi persona venga trattata come se fosse il miglior cliente e questo l’ho notato nella cura estrema che veniva riversata su ogni cappuccino che hanno preparato
  • Tutto è in vendita: se tutti sono potenziali clienti probabilmente tutto può essere merce in vendita. Questo, ed è una sensazione mia, mi porta a considerare che qui i rapporti umani vengano vissuti come rapporti d’affari; rapporti che non voglio considerare disumanizzati o freddi, non voglio cavalcare stereotipi falsi, però sicuramente meno romantici rispetto a quanto sono stato abituato in Italia
  • Efficacia nel portare a termine il compito: delle cose che funzionano ci si abitua i fretta e qui hanno la straordinaria abilità di far sembrare semplice qualsiasi attività in fondo basta eseguire in modo maniacale la sequenza esatta di processi che la compongono. Così è stato per il cappuccino: una sequenza codificata di procedimenti che ti portano per forza al risultato esatto. Ma l’obiettivo è il cappuccino o la procedura?

Questi sono i tre pilastri su cui valuto sia basata la società qui nel Regno: una società attentissima ai bisogni del prossimo e che è riuscita a non farmi mai sentire uno straniero, malgrado le mie capacità comunicative traballanti; ambigua nei confronti del cambiamento, che lo cavalca ma al tempo stesso cerca di restare ancorata alle tradizioni; e per ultimo frivola, concentrata più sulla forma che sulla sostanza, sull’apparire che sull’essere e che trova nel complicato il bello.

Voglio chiudere ritornando al caffè.

Per noi italiani il caffè più che una bevanda è un momento, una coccola che ci concediamo, piccola e veloce come un abbraccio o un sorriso sincero; e come un abbraccio o un sorriso è un momento che si esaurisce in fretta ma che lascia un piacevole sapore in bocca per molti minuti.

Per gli inglesi il caffè è anchesso una coccola, un piacere, che però va corretto con del latte e sorseggiato, piano piano, mentre si legge, si lavora, si chiacchiera con gli amici: il caffè è un modo per rendere il momento più leggero ma certo non è lui il vero protagonista.

Due modi per vivere la stessa cosa. Io comunque preferisco il romantico caffè espresso amaro e cremoso che ho imparato ad amare in Italia.

Saluti da Oxford

photo credit: DSC_0156 via photopin (license)

Sorry, where’s the science museum?

Sembra solo ieri ma sono qui a Londra già da una settimana.

In una settimana si potrebbe pensare che se ne siano fatte di cose e invece… Sì!

In effetti è stata una settimana piena di eventi ed emozioni ma ciò che più mi è rimasto impresso, probabilmente perché è successo proprio ieri, è la frase che presta il titolo a questo post, sì proprio questo “Sorry, where’s the science museum?”.

Perché questa frase? Perché è arrivata a bruciapelo da una famiglia di turisti tedeschi che, fra centinaia di persone in quel momento presenti, hanno deciso di chiedere proprio a me indicazioni, convinti probabilmente che io fossi del luogo e qualche minuto dopo ciò si è ripetuto con tre turiste che smarrite, hanno pensato bene di chiedermi indicazioni.

L’evento è la cartina tornasole di un successone, in appena sei giorni sono riuscito a perdere l’aria smarrita del turista e rincaro anche la dose perché non sono abituato a frequentare grandi città (ai miei occhi è immensa Milano, questo la dice lunga). Sono proprio contento di questo!

Altre cose da dire di questa settimana? Sì, ancora due.

Per quanto mi stia ambientando qua a Londra ho comunque deciso di abbandonarla presto, domani mi trasferisco a Oxford; Londra è magnifica ma è anche infinitamente caotica, rumorosa e popolosa: sono abituato, come ho già detto, a città molto più piccole che con qualche ora di passeggiata si riescono camminare tutte le vie, Londra è troppo e non voglio viverci: ho bisogno del silenzio e della quiete, questa è una mia nuova consapevolezza: pensavo di poter resistere a tutto e invece no, anche la mia amata società tanto amata non è.

Per ultimo devo dire che ho gettato le basi per lo stabilizzarmi qui nel Regno: ho un numero di telefono, ho un appuntamento per il rilascio del NIN (una specie di codice fiscale, indispensabile per qualsiasi tipo di lavoro) e riesco anche comunicare adeguatamente bene per far valere le mie volontà.

Alla prossima! Non vedo l’ora di iniziare a lavorare.

Fine

Un altro avvenimento importante coglie IlSociologo ed è l’evento che chiude un cerchio perché tutte le storie, belle o brutte che siano, hanno una: FINE.

IlSociologo è appena giunto alla sua fine… A dire il vero ciò è accaduto mesi fa quando, alle prese con esami, poca voglia di scrivere e una vita off line piena di impegni (e soddisfazioni!) ho deciso di saltare un primo appuntamento e poi un secondo e così via… Ritengo però che sia giusto mettere fine a questo progetto come lo avevo iniziato ovvero con un post che ne spieghi il significato.

Quindi inizio da qui: dalla fine.

IlSociologo, così come lo avete conosciuto, e spero anche apprezzato, ha esaurito la sua funzione. Mi spiace per te che, probabilmente, mi hai sempre seguito però questo progetto è nato con l’idea di essere prima di tutto un esperimento, per me, perché volevo imparare a gestire un blog, a scrivere per il web e a produrre dei contenuti interessanti (spero) utilizzando quanto negli anni ho studiato con impegno.

IlSociologo è finito perché io, Marco, non sono più IlSociologo. Ho da poco terminato il primo anno di magistrale e le conoscenze che sto acquisendo nel mio percorso di studi si stanno integrando con quanto ha fatto di me IlSociologo, portandomi però ad essere altro ma certo non posso più autodefinirmi IlSociologo.

Per ultimo devo annunciare che in questo momento il mio volo per Londra sta partendo, parto con lo scopo di vivere una esperienza di alcuni mesi là perché ho deciso che il modo migliore per imparare l’inglese, che tanto mi servirà, e a cavarmela contando soltanto sulle mie forze è facendosi coraggio e partire. Spero che questa scelta, un po’ scellerata, mi permetta di apprendere molto riguardo me stesso, le persone e il mondo; spero anche che duri abbastanza (al momento ho soltanto un ostello prenotato fino al 5 agosto e alcuni contatti di locali dove chiedere un impiego) da farmi tornare a casa cambiato, in cosa non lo so, ma sono fiducioso che ciò accada.

Così, con queste righe, che sono già diventate troppe, voglio salutarti. Voglio però che questo non suoni come un addio ma piuttosto un arrivederci; terrò a lungo questo dominio e di conseguenza terrò anche il blog, semplicemente non verrà aggiornato spesso, sarà utilizzato come un diario in cui di tanto in tanto mi racconterò.

Verrà il giorno in cui aprirò un nuovo blog, con contenuti tutti nuovi, una grafica nuova e sarà anche orientato completamente al business perché a questo IlSociologo è servito: aiutarmi per quando lavorerò freelance.

Arrivederci, e grazie per tutto il bene.

Photo Credit: wojofoto via Compfight cc

C’era una volta un ragazzo…

C’era una volta un ragazzo, figlio della sua terra, una terra difficile malgrado la natura l’abbia resa così fertile.

Aveva circa vent’anni, forse di meno, le mani già dure dagli anni di lavoro, il fisico magro perché un paese in guerra fatica a sfamare i suoi cittadini e lo sguardo limpido che permetteva di leggervi l’entusiasmo di chi a vent’anni sogna per sé, soprattutto per sé, un futuro migliore, splendente come quelle due biglie divise da un naso sottile.

Malgrado la guerra era sereno, i suoi due fratelli maggiori erano partiti per il fronte ma di tanto in tanto riuscivano a comunicare con lui e la sua famiglia e poi, quattro braccia in meno si sento, il lavoro è tanto e non è facile pensare alle barbarie della guerra quando non si ha la certezza di mettere qualcosa sotto i denti la sera.

Un giorno però, un giovedì di mercato qualsiasi, apprese che il nemico aveva da poco assestato un duro colpo all’esercito che difendeva la sua terra, la sua famiglia, e si muoveva a gran velocità nella sua direzione. Che fare?

Prima di tutto correre, corre a casa ad avvisare i genitori e i pochi amici rimasti e poi… Poi decidere cosa fare diventa difficile. Restare? Scappare? Arruolarsi in qualche battaglione di ribelli? Quale futuro scegliere?

Lui, il mio protagonista immaginario, potrebbe chiamarsi Andrea o Giovanni o Michele ed essere un ragazzo qualsiasi di un qualsiasi paesino emiliano durante la seconda guerra mondiale oppure potrebbe anche chiamarsi Samir o Abdullah o Hamed essere un ragazzo somalo e vivere oggi su questa nostra stessa terra ma dalla parte sbagliata del Mediterraneo.

Oggi come settant’anni fa, ancora oggi, uomini, donne e bambini, spesso giovani e giovanissimi, decidono di abbandonare la propria terra, i propri cari, per scappare da guerre disumane.

Fra pochi giorni festeggeremo l’anniversario, il settantesimo, della liberazione d’Italia dal nazifascismo e in quel giorno ricorderemo partigiani e vittime della follia e tutti coloro che combatterono per permetterci oggi di vivere in questo paese, che per quanto disgraziato, resta comunque un paese libero, ricco e giusto. Loro, quei ragazzi che ci donarono questa Italia, sono morti inseguendo un sogno dal profumo di libertà, di progresso e di pace e per lo stesso identico obiettivo migliaia di disperati, provenienti da ogni paese africano e non, sono morti nelle calme acque del Mediterraneo, del Mare Nostrum.

Dove sta quindi la differenza? Non sono anche loro dei martiri per la libertà?

Ritengo che tutti coloro che decidono di giocarsi l’anima per inseguire il sogno di una vita migliore, una vita dove ti è permesso di immaginare il futuro, siano da aiutare con tutta la forza possibile per permettergli di raggiungere quel sogno.

Io, purtroppo, non so come poterlo fare, quali leve politiche muovere; io mi impegno però ogni giorno a donare al profugo che approda sulle coste della nostra Italia tutto il rispetto che merita e lotto, anche con questo post, perché ciò diventi comportamento comune fra tutti gli italiani.

Perché ogni morto, uno soltanto, è già troppo!

photo credit: Paper Ship. via photopin (license)

La tua Isola

Ho intenzione di fare un gioco con te. Nessun enigma, promesso, giochiamo a carte scoperte, farai tutto tu!

Vuoi seguirmi?

Tu e tre amici dovrete restare su un’isola. Puoi portare soltanto cinque oggetti, dopo aver stabilito quali saranno i vostri cinque oggetti decidi (decidete) quali saranno le prime tre azioni che tu e il tuo team compirete.

Queste sono le indicazioni adesso puoi giocare, puoi iniziare a scegliere!

Io già immagino quale direzione prenderanno le tue scelte, provo a stilare un elenco di cinque oggetti e tre azioni e poi ti invito a commentare se sono andato più o meno vicino.

I cinque oggetti:

  • Corda
  • Tenda/telone
  • Coperte
  • Coltello
  • Rete da pesca

Mentre le tre azioni probabilmente saranno:

  • Costruire un rifugio
  • Accendere un fuoco
  • Procurarsi acqua e cibo

Quanto differisce il mio elenco dal tuo?

Adesso che il “gioco” è concluso posso spiegarti da dove arriva: questa è una parte di attività che abbiamo svolto all’ultima riunione del mio comitato di Croce Rossa, in quella sede serviva per illustrare una stratificazione di bisogni (e desideri) del team di appartenenza.

Io però ne ho letto un’altra cosa: date le indicazioni molto limitate (restare su un’isola) tutti i gruppi hanno optato per portare con sé oggetti utili soprattutto su un’isola deserta o quantomeno inospitale.

Ma chi ha dato queste indicazioni?

Ebbene, questo che poco sopra ho presentato come un gioco banale è però, a tutti gli effetti, ciò che accade ogni giorno. Prova a pensarci: quante volte ricevi richieste che ti sembrano incomplete oppure che sei convinto di aver ben compreso ma che una volta portate a termine sfociano in un “ma io non ti avevo chiesto questo”. Saper parlare chiaro non è facile ma neppure saper ascoltare lo è.

Questa è la vita quotidiana, quella fatta di euristiche, bias e fallacie ovvero tutti quei nomi utilizzati dagli psicologi per spiegare “seghe mentali” ed errori. Essi sono fra le prime cause di litigi e scelte errate o non ottime i cui effetti, di queste piccole incomprensioni, potrebbero portare a fallimenti imprenditoriali, separazioni e incidenti ma, sciagure a parte, rappresentano sempre delle noie. E pensare che basta così poco per evitare la maggior parte di questi problemi… Dalla mia esperienza e soprattutto dai libri che ho studiato (e sto studiando) le principali azioni sono:

  • Fare domande e riformulare le richieste
  • Impegnarsi a sviluppare scenari alternativi
  • Chiedere feedback e opinioni a terzi, possibilmente esperti in materia

Così, con poche semplici azioni si possono evitare sia molte incomprensioni, che sono alla base dei grandi e piccoli malumori, sia inaugurare nuovi percorsi per soluzioni innovative, più rapide o divertenti rispetto a quanto si è sempre fatto.

Il principio di fondo è sempre lo stesso: mettersi in gioco e non avere MAI paura di chiedere.

Ah, vuoi sapere qual è stata l’isola immaginata dal mio team? Per noi l’isola era l’isola dei balocchi, con parchi di divertimento, piscine e feste. Perché in fondo sognare fa sempre bene!

Photo Credit: junjiebot via Compfight cc

Pausa

A novembre ho iniziato una nuova “avventura” per il blog proponendomi di scrivere ogni mese due post; dopo i primi quattro mesi con questo piano editoriale i risultati devo dire che sono stati soddisfacenti, a volte anche sorprendenti.

Oggi però leggerai qui la mia intenzione di non rispettare l’impegno per questo mese. Le prossime righe comporranno l’unico post che pubblicherò a marzo perché i programmi bisogna seguirli, i compiti portarli a termine ma è ugualmente importante capire perché si è deciso di fare una cosa ed è anche utile fermarsi a volte.

Il mio blog è uno spazio di condivisione di idee e lo vivo con leggerezza, quasi come si faceva da bambini al gioco “facciamo finta che”. È un gioco ma per questo non è meno utile di qualsiasi attività che potrebbe occuparmi le mie giornate e proprio perché un gioco deve rimanere leggero, non deve costituire un fardello.

Con queste premesse, per rispetto mio e soprattutto tuo che leggi, ho deciso che in questo mese di marzo, ricco per me di esami, impegni e anche svago (proprio ora sono a Vigo di Fassa con alcuni amici), non ci sarà nessun altro post. Non scriverò nulla a marzo.

Arriverà presto, con rapidità imbarazzante, aprile e allora riprenderò la mia solita programmazione, con gli abituali post dove esperienze personali, conoscenze apprese a lezione e qualche sfumatura di sociologia si incontrano.

Questo è quanto, ci ritroveremo qui l’otto di aprile, stesso luogo e stessa ora. A presto!

Marco

photo credit: Play via photopin (license)