Ancora lo chiamiamo caffè?

Due settimane fa mi sono promesso che avrei smesso col blog, che non avrei più scritto regolarmente ma solo quando avrei voluto. Beh, voglio ancora scrivere.

Devo scriverti questo: ieri ho imparato a fare il caffè.

Non sto scherzando, dico sul serio, ieri qui a Oxford mi hanno insegnato a fare il caffè.

Ok ok, forse non è chiaro… A Oxford (sì, ora sono qui!) sto cercando di stabilirmi. Il mio girovagare col curriculum mi ha permesso di ottenere anche una prova presso un café, ieri e oggi ho avuto questa fantastica prova. E voglio raccontarti la mia esperienza.

Tralascio la prima mezz’ora in cui ho lavato piatti e arrivo al dunque.

Il boss ha voluto insegnarmi come si fa un caffè, anzi il cappuccino!

Fossimo in Italia la mia formazione si sarebbe svolta così:

  • Sai usare una macchina da caffè da bar?
  • Sì! (la mia famiglia ha avuto un bar alcuni anni fa, so davvero come si usa)
  • Sai fare il cappuccino?
  • Sì!

TAC! Cappuccino pronto e formazione finita.

A Oxford, in questo café, ho ricevuto una formazione di un’ora, più altre ore indefinite che verranno, per imparare a fare caffè e cappuccini come i clienti li vogliono.

Ha quasi del paradossale questa storia: qui, dove il caffè è più simile ad una minestra marrone, dal vago sapore di caffè ho ricevuto formazione per imparare a prepararlo.

Certo, ero nel café col miglior caffè di tutta Oxford (non sto scherzando, espresso così buoni se ne bevono pochi pure in Italia) però 10 minuti per preparare un cappuccino sono inverosimili per noi italiani che non abbiamo voglia di aspettare mezz’ora per un cappuccino. Ora ti spiego come si prepara a Oxford il caffè:

Partiamo dalla scelta della macinatura, ho scoperto che la classica macinatura media che viene universalmente utilizzata in Italia qui non va bene, ogni caffè vuole la sua macinatura.

Poi bisogna scaldare la tazza del cappuccino (l’espresso non è contemplato, è da sfigati!) riempiendola d’acqua fino all’orlo (sacrilegiooo!)

Si fanno due caffè in due distinti bicchierini riempiendoli fino alla misura contrassegnata.

Si prepara il latte ottenendone una crema ma attenzione che per prepararla bisogna regolare al millimetro l’immersione del beccuccio e l’inclinazione del contenitore.

Infine, con tutti gli ingredienti pronti, si può comporre il cappuccino: versando prima il caffè dei due bicchierini nella tazza e poi, con movimenti di precisione chirurgica, si aggiunge la crema ottenuta dal latte.

Questo è come si prepara un cappuccino all’inglese. E fidati che l’ho anche fatta corta.

Per un barista attento questa è eresia! (Ho avuto la pelle d’oca in alcuni momenti)

Questo modo di preparare il caffè è, per i miei occhi, una cartina tornasole della società inglese. Dopo due settimane che vivo qui sto iniziando a imparare quali paradigmi prevalgono e sono riuscito a trovarne conferma in quel “semplice” cappuccino che ho visto preparare ieri pomeriggio e ora proverò a farne un riassunto:

  • Cura maniacale per il cliente: qui la costumer care è la fondamenta su cui si stabilisco i rapporti umani, forse sembra che esagero ma ho la sensazione che qualsiasi persona venga trattata come se fosse il miglior cliente e questo l’ho notato nella cura estrema che veniva riversata su ogni cappuccino che hanno preparato
  • Tutto è in vendita: se tutti sono potenziali clienti probabilmente tutto può essere merce in vendita. Questo, ed è una sensazione mia, mi porta a considerare che qui i rapporti umani vengano vissuti come rapporti d’affari; rapporti che non voglio considerare disumanizzati o freddi, non voglio cavalcare stereotipi falsi, però sicuramente meno romantici rispetto a quanto sono stato abituato in Italia
  • Efficacia nel portare a termine il compito: delle cose che funzionano ci si abitua i fretta e qui hanno la straordinaria abilità di far sembrare semplice qualsiasi attività in fondo basta eseguire in modo maniacale la sequenza esatta di processi che la compongono. Così è stato per il cappuccino: una sequenza codificata di procedimenti che ti portano per forza al risultato esatto. Ma l’obiettivo è il cappuccino o la procedura?

Questi sono i tre pilastri su cui valuto sia basata la società qui nel Regno: una società attentissima ai bisogni del prossimo e che è riuscita a non farmi mai sentire uno straniero, malgrado le mie capacità comunicative traballanti; ambigua nei confronti del cambiamento, che lo cavalca ma al tempo stesso cerca di restare ancorata alle tradizioni; e per ultimo frivola, concentrata più sulla forma che sulla sostanza, sull’apparire che sull’essere e che trova nel complicato il bello.

Voglio chiudere ritornando al caffè.

Per noi italiani il caffè più che una bevanda è un momento, una coccola che ci concediamo, piccola e veloce come un abbraccio o un sorriso sincero; e come un abbraccio o un sorriso è un momento che si esaurisce in fretta ma che lascia un piacevole sapore in bocca per molti minuti.

Per gli inglesi il caffè è anchesso una coccola, un piacere, che però va corretto con del latte e sorseggiato, piano piano, mentre si legge, si lavora, si chiacchiera con gli amici: il caffè è un modo per rendere il momento più leggero ma certo non è lui il vero protagonista.

Due modi per vivere la stessa cosa. Io comunque preferisco il romantico caffè espresso amaro e cremoso che ho imparato ad amare in Italia.

Saluti da Oxford

photo credit: DSC_0156 via photopin (license)

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