Innovare l’innovazione: istruzioni per l’uso

Innovazione… Ripeti con me! Innovazione… Non è magnifica?

Ha un suono tutto particolare che porta con sé l’idea di movimento e di pulito e anche il suono che fanno le menti quando pensano a cose fantastiche. Lo senti anche tu questa melodia?

O forse senti quello scricchiolio dei vecchi modem 56k? O il ronzio di un schermo?

Rilassati… È normale!

Negli ultimi anni la politica e gli organi di rappresentanza dell’imprenditoria hanno usato sempre più il termine innovazione come sinonimo dell’Information Tecnology che è anch’esso utilizzato come sinonimo di dispositivi-connessi-al-web.

Io sono il primo a dire che non si può fare innovazione senza le tecnologie informatiche e il primo posto dove andrei a cercare una informazione è il web. Ma siamo così sicuri che l’innovazione sia tutta in queste tecnoliogie?

Voglio costruire il mio ragionamento partendo dalla definizione data da Treccani.it del sostantivo femminile innovazione:

innovazióne s. f. [dal lat. tardo innovatio -onis]. – 1. a. L’atto, l’opera di innovare, cioè di introdurre nuovi sistemi, nuovi ordinamenti, nuovi metodi di produzione e sim.: la nostra società richiede una profonda innovazione, o, al plur., profonde innovazione; innovazione politiche, sociali, economiche. b. In senso concr., ogni novità, mutamento, trasformazione che modifichi radicalmente o provochi comunque un efficace svecchiamento in un ordinamento politico o sociale, in un metodo di produ

Sorgente: innovazióne in Vocabolario – Treccani

Vorrei che ti concentrassi sulla prima definizione, anzi proprio sulla prima parola per definirla: Atto.

L’innovazione è un atto! Una azione umana che, proseguendo nella definizione, comporta l’introduzione di alcune novità in ciò che viene svolto regolarmente.

Quindi quella tecnologica è solo una delle tante tipologie di innovazione e quella dell’information tecnology è ancora una tipologia fra tutte le tipologie possibili di innovazione tecnologiche. E così penso:

si fa veramente innovazione quando mettiamo un po’ di internet qui e un po’ di web lì?

La risposta che mi sento di dare è un enorme NO.

Secondo me no, non si fa innovazione così e forse, paradossalmente, si va a complicare ulteriormente un sistema già complesso (piccolo esempio, che non credo tutti sappiano: gli atti prodotti dai comuni, le cosiddette delibere e determine, devo essere conservate e archiviate sia in forma cartacea che in forma digitale così il lavoro per gli uffici viene raddoppiato in quanto prima di ogni archiviazione è necessario scansionare i documenti, raccoglierli, catalogarli e archiviare il tutto in costosi server prima di procedere nell’archiviazione del cartaceo). E se questo accade nei nostri comuni, chissà cos’altro accade nelle scuole, negli ospedali, nelle aziende grandi e piccole e minuscole?

Io ritengo che innovare sia innanzitutto una forma mentis, un modello culturale che chiunque possa apprendere e vorrei provare a definirla attraverso quanto sto studiando in questo periodo per scrivere la mia tesi che sì, tratterà anche di innovazione. Quindi la cultura dell’innovazione, dal mio punto di vista, è:

  • Informazione:

Per innovare è necessario, come l’acqua è necessaria alla sopravvivenza, di informazioni e la distribuzione e la raccolta di queste trova nell’information tecnology il proprio terreno fertile in cui attecchire. Purtroppo trovare le informazioni che servono è un lavoro lungo, complesso e molto costoso, per questo consiglio fortemente di avvalersi dell’aiuto di professionisti esterni.
Ma per chi abbia voglia di fare uno sforzo in più e procurarsi da sé le informazioni che mancano, soprattutto se si conosce già quali informazioni si vuole ottenere, c’è la possibilità di sfruttare una risorsa estremamente potente e alla portata di tutti: l’Università. E non parlo soltanto di iscriversi a un corso di laurea o ad un master ma sto parlando di un’altra cosa, ancor più pratica, ovvero: i professori il più delle volte pubblicano il programma del proprio corso di laurea sui siti delle facoltà in cui insegnano e quasi sempre corredano il tutto con i testi di riferimento e così, a zero spese, hai fra le mani i migliori libri in cui recuperare le informazioni che cercavi

  • Analisi delle informazioni:

Le sole informazioni però non bastano, una volta raccolte bisogna anche organizzarle in funzione dello scopo che ci siamo dati (piccola anticipazione), dobbiamo leggere fra le righe di quanto raccolto, mescolare, sintetizzare, estrarre e ancora mischiare. È un lavoro duro, forse è ancora più duro del lavoro di raccolta di queste ma è essenziale, senza di esso non si può preparare il campo per il cambiamento

  • Avere un obiettivo:

Sembrerà banale ma l’innovazione parte dall’idea di innovazione desiderata. Magari l’idea è confusa, un po’ traballante, ma senza di essa non si agirebbe!
Lo scrivo come terzo punto perché secondo me non può essere sempre il punto di partenza del processo innovativo, a volte si innova per caso, a volte mentre si lavora per una innovazione diversa e così via. L’innovazione è un viaggio verso una meta, magari, proprio come un viaggio, si vuole raggiungere un luogo e poi si scopre di aver raggiunto un nuovo luogo, forse migliore, forse no.

  • Avere un sistema di feedback:

Innovare è bello, applicare il cambiamento sarà anche eccitante, lavorare per uno scopo edificante ma poi, come fai a capire se l’obiettivo è stato raggiunto? E in che misura lo hai raggiunto?
Ho detto prima che fare innovazione è un viaggio verso ma come capisco se sono arrivato al punto in cui pensavo di arrivare? I cartelli stradali, il mare, la tal roccia dalla forma caratteristica, sono sistemi di feedback “naturali” ma se non sono presenti naturalmente è necessario crearli, come le bussole per i capitani d’altri tempi e così, una volta stabilito l’obiettivo, bisogna poi fissare dei riferimenti per dire sì, sto procedendo bene

Così, tutti questi punti, intrecciandosi fra loro come punti su una ruota a raggi, compongono la mia visione della cultura dell’innovazione; come un sistema complesso che agisce, che prova, si sbaglia, si corregge, si migliora e agisce di nuovo. A questi quattro poi vorrei aggiungere un quinto punto che ritengo essere trasversale a tutti i precedenti e di fondamentale importanza: la Sincerità. Sincerità soprattutto con sé stessi, prima che con gli altri; un grave errore che comunemente commettiamo è quello di credere che ciò che stiamo svolgendo sia giusto, sia il migliore possibile, sia perfetto. È nostra tendenza (dovrei a questo punto parlare di euristiche e bias ma ti evito la lezione di psicologia cognitiva) ad accrescere le dimensioni dei successi e a minimizzare gli errori e le problematiche, per questo suggerisco di non lavorare mai da soli ma di farsi aiutare da qualcuno che vada a rivestire i panni dell’”avvocato del diavolo”, almeno ogni tanto, per scoprire eventuali errori e sbandate occorse nel procedimento.

Chiaramente tutto ciò non è esaustivo, né completo (del resto affronterò il tema dell’innovazione solo in parte all’interno della mia tesi) ma credo sia sufficiente per chiarire un concetto: innovazione è prima di tutto un modo di pensare, poi di agire.

E per salutarti vorrei lasciarti con questo famoso aforisma di Proust che raccoglie l’essenza di tutto ciò detto in questo post:

L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi.

Photo Credit: Ian Sane via Compfight cc

Oltre i ruoli per essere più efficaci e felici

Chi mi legge, mi segue e mi conosce saprà già che oltre studiare cose belle, bere birra con gli amici e scrivere in questo blog, trascorro molto tempo facendo volontariato in diverse realtà fra le quali anche il soccorso in ambulanza.

Ormai sono quattro anni che tutte le settimane indosso la mia bella tutina rossa con le bande (ex)catarifrangenti e scorrazzo per la provincia di Varese aiutando (o almeno ci provo) questo o quel bisognoso che ha chiamato il numero unico 112.

Quando usciamo per un’emergenza, complice la divisa, gli strani oggetti che ci accompagnano, le elevatissime aspettative che i vari film americani hanno fomentato e lo stato di bisogno del paziente o l’ansia del parente, spesso siamo nelle condizioni di dover dribblare richieste esagerate che non possiamo soddisfare per i più disparati motivi. Questo scollamento tra le aspettative in noi soccorritori e ciò realmente possiamo/siamo in grado di fare è la mia prima fonte di malumori e stress per l’attività che svolgo.

Leggi tutto “Oltre i ruoli per essere più efficaci e felici”

C’era una volta un ragazzo…

C’era una volta un ragazzo, figlio della sua terra, una terra difficile malgrado la natura l’abbia resa così fertile.

Aveva circa vent’anni, forse di meno, le mani già dure dagli anni di lavoro, il fisico magro perché un paese in guerra fatica a sfamare i suoi cittadini e lo sguardo limpido che permetteva di leggervi l’entusiasmo di chi a vent’anni sogna per sé, soprattutto per sé, un futuro migliore, splendente come quelle due biglie divise da un naso sottile.

Malgrado la guerra era sereno, i suoi due fratelli maggiori erano partiti per il fronte ma di tanto in tanto riuscivano a comunicare con lui e la sua famiglia e poi, quattro braccia in meno si sento, il lavoro è tanto e non è facile pensare alle barbarie della guerra quando non si ha la certezza di mettere qualcosa sotto i denti la sera.

Un giorno però, un giovedì di mercato qualsiasi, apprese che il nemico aveva da poco assestato un duro colpo all’esercito che difendeva la sua terra, la sua famiglia, e si muoveva a gran velocità nella sua direzione. Che fare?

Prima di tutto correre, corre a casa ad avvisare i genitori e i pochi amici rimasti e poi… Poi decidere cosa fare diventa difficile. Restare? Scappare? Arruolarsi in qualche battaglione di ribelli? Quale futuro scegliere?

Lui, il mio protagonista immaginario, potrebbe chiamarsi Andrea o Giovanni o Michele ed essere un ragazzo qualsiasi di un qualsiasi paesino emiliano durante la seconda guerra mondiale oppure potrebbe anche chiamarsi Samir o Abdullah o Hamed essere un ragazzo somalo e vivere oggi su questa nostra stessa terra ma dalla parte sbagliata del Mediterraneo.

Oggi come settant’anni fa, ancora oggi, uomini, donne e bambini, spesso giovani e giovanissimi, decidono di abbandonare la propria terra, i propri cari, per scappare da guerre disumane.

Fra pochi giorni festeggeremo l’anniversario, il settantesimo, della liberazione d’Italia dal nazifascismo e in quel giorno ricorderemo partigiani e vittime della follia e tutti coloro che combatterono per permetterci oggi di vivere in questo paese, che per quanto disgraziato, resta comunque un paese libero, ricco e giusto. Loro, quei ragazzi che ci donarono questa Italia, sono morti inseguendo un sogno dal profumo di libertà, di progresso e di pace e per lo stesso identico obiettivo migliaia di disperati, provenienti da ogni paese africano e non, sono morti nelle calme acque del Mediterraneo, del Mare Nostrum.

Dove sta quindi la differenza? Non sono anche loro dei martiri per la libertà?

Ritengo che tutti coloro che decidono di giocarsi l’anima per inseguire il sogno di una vita migliore, una vita dove ti è permesso di immaginare il futuro, siano da aiutare con tutta la forza possibile per permettergli di raggiungere quel sogno.

Io, purtroppo, non so come poterlo fare, quali leve politiche muovere; io mi impegno però ogni giorno a donare al profugo che approda sulle coste della nostra Italia tutto il rispetto che merita e lotto, anche con questo post, perché ciò diventi comportamento comune fra tutti gli italiani.

Perché ogni morto, uno soltanto, è già troppo!

photo credit: Paper Ship. via photopin (license)

AAA nocchiere cercarsi

Sono sempre stato uno studente modello (a modo mio), anche in quegli anni bui che precedono il diploma. Così tanto modello che ancora oggi, dopo quasi 5 anni dal diploma (‘cidenti se vola il tempo!), vado di tanto in tanto all’ITIS, anzi ISIS (Istituto Statale di Istruzione Superiore), che ha avuto la fortuna di vedermi tra gli iscritti.

Proprio ieri mattina sono andato a fare uno delle mie abituali, ma non troppo, visite per salutare alcuni docenti, osservare quali personaggi pittoreschi conseguiranno un diploma e fare anche pubblicità a quell’entità disgraziata che l’università italiana. Perché se tutti questi dati statistici (QUI e QUI ci sono due rapporti sugli andamenti dell’istruzione) portano alla luce un costante calo del numero di iscritti all’università e, un ancor peggiore, tasso d’abbandono dei vari percorsi scolastici, una qualche correlazione con la crisi economica, e il suo perdurare, ci sarà.

Ora, cercare di illustrare qui, brevemente, una possibile causa del fenomeno è impossibile. Dovrei fare una ricerca sociale molto approfondita che poi sicuramente non avrai neppure voglia di leggere (e io non sono nemmeno pagato per farlo) quindi ho pensato bene di selezionarti alcuni articoli che illustrano in breve il fenomeno dell’abbandono scolastico e la correlazione tra questo e la crisi economica (abbandono scolastico e qua un lungo articolo che correla crisi economica e livelli d’istruzione).

Ma torniamo ora alla mia esperienza, a questa avventura nella giungla chiamata Istituto Tecnico, ed ecco che cosa ho avuto modo di osservare:

Ho osservato che, tra Loro e Me di cinque anni fa, non c’è nessuna differenza: le aule sono sempre le stesse, metodo di insegnamento pure, professori anche (nell’elenco dei professori ho trovato nomi di docenti prossimi al pensionamento da almeno 3 anni), laboratori idem. Addirittura non è ancora stato ultimato un progetto che avevamo avviato noi quarta di sei anni fa.

Parlando poi con i professori e i ragazzi il quadro si fa drammatico in quanto i professori sono sfiduciati, obbligati a lavorare con programmi scolastici obsoleti, e i ragazzi svogliati e disinteressati, che fanno ciò che devono fare perché è l’unico modo per ottenere il famigerato foglio di carta. Ho poi provato a chiede ai ragazzi dei loro progetti per il futuro e così degli occhi straniti mi hanno guardato come se avessi chiesto di indicarmi un allevamento di unicorni; pochi hanno una idea di futuro rappresentata dall’iscrizione all’università… E io ho rivisto la mia classe, in quinta, in navigazione senza meta.

Nulla è cambiato in quella scuola negli ultimi cinque anni, io però sono cambiato molto e vedere quella situazione mi ha intristito molto. Lì ho visto il futuro che ci potrebbe attendere se non si agisce un cambiamento vero e non i soliti proclami di X miliardi di euro.

E così penso: “tutta colpa della crisi economica?”. Quella vista ieri è una delle principali cause della crisi economica ma tanto questo non è un problema, perché “di cultura non si mangia”.

Photo Credit: Erwanicolas via Compfight cc

La semplicità del talento

Cos’è il talento?

Dico sul serio, che cos’è? Io non l’ho mai capito… O meglio, la Treccani non mi ha mai dato una risposta convincente.

La definizione che si avvicina di più al senso comune è “Talento come dono del Signore” capisci che, da non credente, questa definizione mi è incomprensibile?

Leggendo qui e là, soprattutto QUA, ho iniziato a comprendere che l’idea “filosofica” di Talento nasconda qualcosa di pragmatico, qualcosa come preparazione unita a semplicità d’esecuzione.

Però, anche con queste stupende informazioni, non ho mai capito come individuare il mio perché, finché si tratta degli altri, è facile, ma quando si tratta di Sé, come si riesce? Ma se sono qui a scrivere di Talento un motivo ci sarà…

 

Il tre settembre ho finalmente capito qual è il mio e, cosa più importante, ho capito che vuole dire Andrea quando parla di Talento. Il talento è il mix perfetto di entusiasmo, competenze e semplicità. Ah, altra cosuccia! Il Talento è pragmatica, si ricollega al fare anche se questo “fare” può non essere tangibile. Il Talento è comunque un artifizio, una “creatura” umana.

Adesso provo a illustrarti quello che intendo dire e poi ti fornisco il mio “caso” come esempio, però te lo annuncio da subito, capirai qual è il tuo Talento solo quando la consapevolezza ti folgorerà.

Perciò, via con il primo ingrediente:

Entusiasmo

È la gioia di fare, altro non è che la luce negli occhi di quando ti applichi in qualcosa che ti piace fino in fondo: lo riconosci facilmente perché non ti stanchi mai; non importa l’ora, il carico d’impegno o la to-do-list fitta, se nella tua mente c’è soltanto il tuo obiettivo questo “rumore” diventa un accompagnamento alla melodia della tua azione.

Competenze

Il talento NON è un dono del Signore, il talento è un frutto delicato che si coltiva. Va bene che ti piace fare una cosa ma se la effettui soltanto con tutto il tuo entusiasmo ti divertirai un sacco ma otterrai poco. Il Talento si coltiva attraverso una attenta dedizione: ci si allena tanto, si studia di più e si sbaglia n volte. Già, gli errori insegnano molto più di quanto si pensi (il detto sbagliando si impara non è una giustificazione) ma sbagliare è frustrante e talvolta, prima di ottenere dei risultati apprezzabili, si è costretti a sbagliare molte molte volte; per nostra fortuna c’è l’entusiasmo a farci da comodo cuscino sul quale atterrare ogni volta i ripetuti sbagli e fallimenti ci portano a considerare l’abbandono una soluzione.

Semplicità

Questa è l’ultima e la più complicata. È la qualità più infima del talento e sai perché? Perché è quella che ci fa pensare al “è troppo facile per essere vero”. E se ti dicessi che il tuo talento è in quello? Nello svolgere facilmente, con Semplicità, una attività che per altri tanto semplice non è?

Il Talento è semplice, è la riduzione ai minimi termini di una azione che per qualcuno, non talentuoso nel tuo campo, può essere indistricabile e fonte di frustrazioni. Sei riuscito a individuare il tuo Talento? Ancora no?

Sai che non mi stupisce? Purtroppo quando guardiamo a noi stessi difficilmente riusciamo ad essere obiettivi, fenomeni di sottovalutazione o sopravalutazione delle nostre capacità sono all’ordine del giorno, per questo ora ti dico che un altro elemento è quello che più di tutti mi mi ha aiutato a capire meglio me stesso, e si tratta del…

Ascolto

Proprio così, ascoltando gli altri, osservando e carpendo i loro feedback (verbali e non) ci può essere di aiuto per comprendere se quello che ti riesce così facilmente è un vero talento oppure riesci in una cosa semplice per i più.

Perché all’inizio può non essere facile accorgersi del proprio talento, non tutti i Talenti si posso spendere in azioni che riportano a risultati concreti nell’immediato; alcuni talenti permettono di ottenere risultati concreti soltanto dopo alcune settimane, se non addirittura anni, passando così inosservati.

 

L’Ascolto ho voluto aggiungerlo a parte perché è lì che deve stare, è una azione che bisogna ricordarsi di svolgere sempre, ogni giorno, mentre si studia per migliorarsi, mentre si svolge una attività o quando si è appena conclusa e ci si congeda… Io mi sono accorto del mio Talento al termine di un campo di formazione di Croce Rossa in quanto, per valutare la nostra preparazione, siamo stati divisi in piccoli gruppi di lavoro e portati a progettare una attività: è stata una soddisfazione immensa, per me, ascoltare i ragazzi con cui ho lavorato esprimere critiche positive nei confronti del gruppo creato e di quanto fosse stato piacevole e soddisfacente lavorare in team.

La scorsa settimana sono così riuscito a scoprire quello che, in cuor mio, sono sempre stato convinto di sapere: creare gruppi di lavoro efficaci.

Adesso tocca a te, è il tuo momento, prova a riflettere su ciò che ti piace fare, ciò che è per te facile e quando lo hai trovato impegnati più che puoi a perfezionarti, senza mai dimenticare di ascoltare i feedback che l’ambiente ti fornisce.

Se vuoi invece raccontarmi come hai scoperto il tuo Talento e aiutare gli altri lettori a scoprire il proprio ti invito ad andare qui sotto, nello spazio riservato ai commenti, e a dare libero sfogo alle tue idee.

Photo Credit: eaglesnestphoto via Compfight cc

Giovani, folli e volontari

Mio caro lettore e mia cara lettrice, come avrai immagino dal titolo e dalla foto del post parlerò proprio di quell’argomento: il rapimento delle due giovani volontarie italiane in Siria.

Lo premetto subito, non è nel mio stile: non sono giornalista, non le conosco, non conosco l’associazione e non amo parlare di cronaca e così ho fatto fino ad oggi.
Purtroppo oggi devo scrivere di questo argomento dopo che ieri un politico, un assessore del comune di Varese, per di più giovane, 32enne, ha commentato il rapimento con parole molto dure nei confronti delle due volontarie. Qui puoi “apprezzare” il commento.

Non ho parole per esprimere i sentimenti che ho provato dopo aver letto quelle parole così dure; ci sono rimasto di stucco. Essi che in questi giorni ne ho lette davvero di ogni ma queste parole mi hanno fatto esplodere.

Ho ventitré anni, sono giovane e fiero di esserlo! Purtroppo però questa mia “condizione” mi ha portato a subire pesanti parole dalla politica: se sono giovane e decido di proseguire gli studi fino alla laurea o al master vengo etichettato come pretenzioso perché voglio un titolo di studio; se studio, mi laureo e poi cerco un lavoro nel quale posso spendere le mie competenze acquisite con il titolo sono schizzinoso; se invece decido di cercare lavoro al termine del percorso di studi obbligatorio e non riesco trovare lavoro sono un bamboccione; se decido di andare all’estero a lavorare sono uno sciacallo che studia in Italia, godendo dell’istruzione pubblica, e poi scappa in America a lavorare; se decido di restare e provare a fare impresa sono un incosciente che sogna Steve Jobs.

Praticamente, ogni strada che un giovane decidesse di intraprendere è comunque quella sbagliata. Però, per fortuna mai nessun politico si era espresso contro i giovani volontari e invece è arrivato anche quello…

A quanto pare per noi giovani è sbagliato anche sognare in un mondo migliore, sperare che i nostri sogni folli si possano realizzare con il nostro folle impegno. Se sognare un cambiamento è sbagliato che cosa possiamo fare noi giovani?

Scrivo queste parole a un’ora da un turno di 10 ore di servizio in ambulanza: io adoro fare volontariato sia in ambulanza che in altre mille cose: non è un passatempo, non è un gioco è una attività che mi piace e mi riempie l’animo e per la quale sono preparato. Il bello di dedicarsi agli altri non si può capire fintanto che non si prova e quando si prova non si è più in grado di smettere.

Il post di questo mese è uno sfogo, fino a due giorni fa ero intenzionato a scrivere di fiducia, di quanto sia preziosa e mi viene da ridere: voglio davvero dare fiducia incondizionata alle persone?

Ora, in conclusione, mi rifaccio al titolo del mio post: noi siamo giovani, siamo folli, e siamo anche volontari. È in giovinezza che si fanno le cose più folli ed è anche grazie alle decine di milioni di miei coetanei morti il secolo scorso che possiamo oggi, nel 2014, vivere in una Europa unita e, nonosstante tutto, in pace. Se qualche giovane folle non avesse combattuto e protestato dove saremmo noi oggi? È grazie ai giovani come noi, e ai loro sogni, che possiamo godere oggi di una Italia non così perfetta ma forse meno crudele.

Io con questo post voglio difendere Greta e Vanessa e l’immensa follia che le ha spinte a voler donare parte della loro fortuna ad un paese completamente allo sbaraglio che necessita di tutto. Grazie, siete l’Italia migliore!

Fonte foto: VareseNews

“Non rinunciare, mai!”

Mia cara lettrice e mio caro lettore, per questo mese ho pronto un altro post ma non lo pubblicherò oggi, oggi devo raccontarti una storia!

Già, perché le parole che ho utilizzato qua come titolo a questo post non sono le mie bensì quelle di un uomo di quarant’anni deceduto per un male incurabile il quale le ha pronunciate in punto di morte alla sorella. Io oggi ho conosciuto questa Sorella (poi ti spiegherò perché della S maiuscola) e mi ha raccontato la storia che ti sto per condividere.

Malgrado l’inizio di questo racconto non propriamente “allegro” la storia che seguirà è molto felice, ti va di seguirmi?

INIZIAMO!

Questa mattina sono passato in municipio a ritirare alcune scartoffie nell’ufficio della polizia locale, qui ho avuto il piacere di conoscere la signora Luciana che condivide il suo ufficio dei servizi sociali con quello della polizia locale.

Sai quanto mi piaccia chiacchierare con le persone, specie se intelligenti, così non mi sono tirato indietro e l’incontro fortuito con la signora Luciana si è rapidamente trasformato in una piacevole chiacchierata.

Attraverso il conversare si sono aperte molte porte e affrontati vari argomenti: da conversazione si è passati alla condivisione. Lei mi ha raccontato di come è giunta a lavorare per il mio comune, io dei miei studi e desideri e lei altrettanto delle sue esperienze e delle sue tre lauree. E proprio da queste lauree voglio partire a raccontarti la storia straordinaria di questa signora, anzi, di questa Sorella.

Lei, dopo il liceo, desiderava studiare sociologia all’università ma la famiglia, complici anche i famigerati anni di piombo, la spinsero a studiare economia e commercio alla Bocconi. Conseguita la molto sofferta laurea si sposa e inizia con i suoi primi lavori; dopo poco decide di riscriversi all’università e consegue una laurea in scienze politiche. Con questo ulteriore titolo la sua situazione professionale si stabilizza e così quella familiare fino a quando la sua famiglia viene colpita dalla sciagura di una grave malattia: il fratello si ammala di leucemia a soli 40 anni.

La malattia lo consumerà rapidamente strappandolo dagli affetti dopo pochi mesi dalla scoperta della malattia. La sera prima della sua morte confessò alla sorella il suo desiderio di vedere la Grecia con le sue spiagge e il suo mare: il suo sogno non poté mai realizzarlo e così concluse la sua confessione con un monito: “Non rinunciare, mai!”.

Queste tre parole le diedero la scossa necessaria a inseguire quel sogno che in gioventù era stato abbandonato: si iscrisse alla facoltà di sociologia a Urbino e dopo alcuni anni conseguì la laurea tanto desiderata.

Sono sicuro che tante volte avrai sentito dirti di non rinunciare mai ai tuoi sogni ma è anche vero che molti sogni non sono realizzabili subito: tra bollette, lavoro, famiglia e altre esigenze passano facilmente in secondo piano perciò io ti dono questa storia, come mi è stata donata a me, per ricordarti che in punto di morte ci si pente soltanto delle cose NON fatte.

D’ora in poi ci sarà sempre questa immagine a ricordarmi perché non devo abbandonare un mio sogno e desidero darti l’opportunità che anche tu faccia lo stesso.

Ora tocca a te, raccontami, hai anche te una immagine, un racconto o una citazione che ti aiuti quando sei sul punto di rinunciare?

Ah, per poco non me ne scordavo. Devo dirti perché ho scritto Sorella con la “S” maiuscola! Ebbene, la signora Luciana, anzi la Sorella Luciana, è una Infermiera Volontaria della Croce Rossa Italiana, per intenderci le cosiddette crocerossine. È un gruppo poco visibile, se non alla parata del 2 giugno, ma che dona un contributo significativo nelle varie missioni estere della Croce Rossa. La Sorella Luciana ha partecipato a 12 missioni internazionali… Touché!

photo credit: gwaar via photopin cc

La ricerca della felicità

Cara lettrice e caro lettore, è da molto che non scrivo più qui, in effetti sono arrivato proprio all’ultimo per scriverti il post di febbraio però fra poco ti spiegherò tutto…

Da dove posso iniziare? Ah sì, giusto! Ti dico da dove è nato questo post… È nato qualche giorno, forse due settimane fa addirittura, quando mi sono accorto che il lavoro che mi teneva occupato praticamente 10-11 ore al giorno, non mi piaceva nemmeno un poco. Ebbene sì, sarò un folle visto il periodo difficile, ma sto scrivendo queste righe dopo aver lasciato il lavoro.

Non so se lo sai, nel caso tu lo sappia già mi ripeto, fino a venerdì scorso ho lavorato per una azienda operante nel campo delle assicurazioni vita, infortuni e tutto quel mare magnum di investimenti e risparmio… Tutte cose interessanti e utili, almeno così mi è apparto in sede di formazione, ma purtroppo mano a mano che passavo i miei giorni a incontrare clienti e ad imparare il lavoro del “consulente assicurativo” mi accorgevo del marcio che c’era nei prodotti e nelle modalità di vendita, soprattutto.

Non voglio entrare nei dettagli, ti dico solo che dopo solo sette settimane ho lasciato perché ogni volta che incontravo qualche cliente dovevo schiacciare i miei ideali per potere fare quanto mi veniva chiesto. Non potevo più continuare!

Questa rapida esperienza mi è stata però utilissima, per tre motivi:

1- Mi ha fatto capire che cosa significhi il concetto di infelicità;
2- Mi ha insegnato a porgermi due domande banalissime ma che in futuro utilizzerò come strumento di verifica delle mie attività;
3- E soprattutto mi ha insegnato cosa voglio fare davvero della mia vita!

Certamente per me è facile parlare di abbandonare un lavoro, sono il primo a riconoscere che mi è possibile solo grazie a mamma e papà che si fanno il cosiddetto e non ho l’Esigenza di portare a casa reddito, però voglio comunque raccontarti queste tre cose che ho imparato:

1- Sono una persona che affronta la vita con serenità e immensa positività, anche se qualcosa mi va male cerco di trarre del buono, ma in questa avventura ho provato realmente l’infelicità che mi si presentava sotto forma di sintomi concreti: mal di testa, raffreddore, acidità di stomaco… Insomma, ogni mattina mi svegliavo con il desiderio di ritornarmene a letto e per “scaricare” tutta questa infelicità mi sono riempito di turni nel volontariato, chiamiamola pure la mia zona comfort, che però avevano un effetto controproducente sulla giornata lavorativa successiva;
2- Questo punto è il migliore; ho imparato a porgermi le due domande, alla fine erano diventate quasi un incubo perché non riuscivo mai a rispondervi con un “SÌ” deciso e sono: “credo nel prodotto/servizio che sto vendendo/producendo?”, mentre l’altra domanda è ancora più banale: “mi piace quello che faccio?”. Niente di “epico”, nessuna pozione magica, solo due semplici domande che mi porgerò più spesso quando dovrò impegnarmi in un qualche lavoro;
3- Dopo aver risposto alle due Domande mi sono chiesto un’altra cosa: “cosa voglio fare da grande?”. Comprendo che per me questa domanda ha un peso specifico molto molto basso, a 22 anni si sogna ancora con molta più leggerezza rispetto a un uomo che, come potrebbe essere mio padre, si ritrova a 50 anni una famiglia da tirare avanti; però questa domanda non è così scontata come si può immaginare. Al lavoro ho conosciuto due categorie di persone che facevano quello che io ho odiato tanto in così poco tempo e sono: l’uomo over 50 che si è ritrovato dall’oggi al domani senza un lavoro e il giovane senza un reale sogno da raggiungere.

Io ho capito che il mio sogno è permettere agli altri di realizzare il proprio, ho individuato il mio progetto che costruirò un giorno ma sul quale ci sto lavorando già ora scegliendo di proseguire gli studi in una certa direzione. Insomma, perché non posso essere come Peter Pan? Con un sogno da raggiungere anche se tutti dicono che non si può fare! Io ho scelto la mia isola che non c’è, ora devo soltanto raggiungerla.

So che ci riuscirò perché so che la mia motivazione, il mantenere la felicità, è la migliore guida che potrei avere.

Sono perfettamente consapevole che questa paternale sul mondo del lavoro da parte di uno che ha lavorato davvero 2 mesi è assurda e un po’ presuntuosa ma se ci pensi perché non dovrebbe essere così? Perché non dovrei sognare?

E ora raccontami te, come ti svegli tutte le mattine? Ti piace quello che fai? Stai realizzando il tuo sogno?

Con queste tre domande ti lascio, mia cara lettrice e mio caro lettore, spero di averti lasciato qualche cosa da questo lunghissimo post, ora vado a cercarmi uno stage da qui a settembre, buona giornata!

E con questa canzone ti auguro tutta la felicità che ti meriti, al prossimo mese!

Vita nuova, blog nuovo

Eccoci qua caro/a lettore/lettrice!

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Impavidamente pronto

Hai visto? Come scrissi nell’ultimo post, il cambiamento è avvenuto! Certo il blog ha più o meno la stessa faccia di quello vecchio ma il passaggio ad un dominio tutto mio e l’arricchimento con alcune pagine ne sono un esempio.

Ti racconto brevemente cosa è successo in questo mese e mezzo:

Ho finito la tesi, e fin qui forse te lo avevo già detto, l’ho anche discussa, conquistando la commissione con alcune battute e un po’ di fortuna e sono poi stato proclamato dottore in sociologia, fantastico, vero? E pensare che fino a pochi anni fa non sapevo nemmeno che esistesse…
Pare inoltre che mi abbiano assunto per un lavoro vero, ancora non ci credo, ma così sembra e, infine, mi è capitata fra le mani qualche piccola occasione ed esperienza, per non farmi mancare nulla!

Che dire, vita intensa ma comunque serena, mi manca un po’ l’ambiente universitario e i miei compagni d’avventura ma è normale in fondo.
Quante cose sono successe in un mese e mezzo e quante cose devo ancora accadere! Il blog sarà sempre qua per raccontarti qualcuna di queste esperienze e le conseguenti riflessioni “sociologiche”, come prima e più di prima! Ormai sono grande – ma chi ha voglia di smettere di crescere? – e posso, anzi devo, fare una moltitudine d’esperienze, conoscere persone, ad iniziare da chi tormento nei social, soprattutto in Twitter. L’inizio di questa campagna sarà con la #SmartDinner e nel futuro chissà!

Ora però basta parlare di me, non è nel mio stile… Mi piacerebbe che sia tu a raccontarti, in quali fantastiche esperienze sei stato/a coinvolto/a nelle ultime settimane?