La tua Isola

Ho intenzione di fare un gioco con te. Nessun enigma, promesso, giochiamo a carte scoperte, farai tutto tu!

Vuoi seguirmi?

Tu e tre amici dovrete restare su un’isola. Puoi portare soltanto cinque oggetti, dopo aver stabilito quali saranno i vostri cinque oggetti decidi (decidete) quali saranno le prime tre azioni che tu e il tuo team compirete.

Queste sono le indicazioni adesso puoi giocare, puoi iniziare a scegliere!

Io già immagino quale direzione prenderanno le tue scelte, provo a stilare un elenco di cinque oggetti e tre azioni e poi ti invito a commentare se sono andato più o meno vicino.

I cinque oggetti:

  • Corda
  • Tenda/telone
  • Coperte
  • Coltello
  • Rete da pesca

Mentre le tre azioni probabilmente saranno:

  • Costruire un rifugio
  • Accendere un fuoco
  • Procurarsi acqua e cibo

Quanto differisce il mio elenco dal tuo?

Adesso che il “gioco” è concluso posso spiegarti da dove arriva: questa è una parte di attività che abbiamo svolto all’ultima riunione del mio comitato di Croce Rossa, in quella sede serviva per illustrare una stratificazione di bisogni (e desideri) del team di appartenenza.

Io però ne ho letto un’altra cosa: date le indicazioni molto limitate (restare su un’isola) tutti i gruppi hanno optato per portare con sé oggetti utili soprattutto su un’isola deserta o quantomeno inospitale.

Ma chi ha dato queste indicazioni?

Ebbene, questo che poco sopra ho presentato come un gioco banale è però, a tutti gli effetti, ciò che accade ogni giorno. Prova a pensarci: quante volte ricevi richieste che ti sembrano incomplete oppure che sei convinto di aver ben compreso ma che una volta portate a termine sfociano in un “ma io non ti avevo chiesto questo”. Saper parlare chiaro non è facile ma neppure saper ascoltare lo è.

Questa è la vita quotidiana, quella fatta di euristiche, bias e fallacie ovvero tutti quei nomi utilizzati dagli psicologi per spiegare “seghe mentali” ed errori. Essi sono fra le prime cause di litigi e scelte errate o non ottime i cui effetti, di queste piccole incomprensioni, potrebbero portare a fallimenti imprenditoriali, separazioni e incidenti ma, sciagure a parte, rappresentano sempre delle noie. E pensare che basta così poco per evitare la maggior parte di questi problemi… Dalla mia esperienza e soprattutto dai libri che ho studiato (e sto studiando) le principali azioni sono:

  • Fare domande e riformulare le richieste
  • Impegnarsi a sviluppare scenari alternativi
  • Chiedere feedback e opinioni a terzi, possibilmente esperti in materia

Così, con poche semplici azioni si possono evitare sia molte incomprensioni, che sono alla base dei grandi e piccoli malumori, sia inaugurare nuovi percorsi per soluzioni innovative, più rapide o divertenti rispetto a quanto si è sempre fatto.

Il principio di fondo è sempre lo stesso: mettersi in gioco e non avere MAI paura di chiedere.

Ah, vuoi sapere qual è stata l’isola immaginata dal mio team? Per noi l’isola era l’isola dei balocchi, con parchi di divertimento, piscine e feste. Perché in fondo sognare fa sempre bene!

Photo Credit: junjiebot via Compfight cc

Un compleanno speciale: #EkisBday

Domenica scorsa, 1 febbraio, la mia sveglia è suonata all’alba; con ancora il sole basso sono uscito di casa diretto alla stazione perché alle 8 dovevo essere al Teatro dal Verme a Milano perché qualcuno, Francesca, mi ha coinvolto (e convinto) ad essere fra le fila dello staff della YourSmartAgency.

L’occasione di lavorare ad un live twitting al fianco di professionisti come Benedetto, Paolo e Irene (e mi spiace per l’assenza di Daniela) è stata una fortuna non indifferente, se poi si aggiunge anche la possibilità di incontrare altri Blogger e SocialCosi conosciuti qui e là “nell’internet” il gioco è fatto: IRRIPETIBILE! Già così, con queste “premesse”, ci sono tutti gli ingredienti per qualcosa di grande… Ma non è finita qui!

Già perché alle 8 a Teatro non c’era mica una radunata di SocialCosi bensì l’Ekis Evento ovvero l’Ekis Birthday che, per dirla alla social, si scrive #EkisBday (qui trovi tutti i tweet).

Il compleanno di Ekis, questa azienda che si occupa di coaching da anni, è un evento benefico chiamato Beautiful Day dove si ha la possibilità di seguire gli interventi di alcune personalità di spicco, ognuno nel proprio campo, che mi ha ricordato i più famosi TEDTalks.

Quindi, tra un tweet e un retweet, sono anche riuscito a seguire gli interventi dei vari relatori che si sono susseguiti sul palco del teatro; è stato molto interessante per me ascoltare le storie di tanti uomini e donne, ognuno di loro con un passato e origini (sia geografiche che professionali) differenti.

Ascoltandoli sono riuscito a comprendere quale fosse la chiave di volta che li ha portati ad essere quella domenica su quel palco: l’umiltà.

Penso che sia facile cadere nel vizio della superbia quando si vincono quelle sfide che contano, quando si conseguono, uno dietro gli altri, gli obiettivi prefissati e quando poi il mondo in cui si vive inizia ad attribuirti l’etichetta della “persona-di-successo” (quale successo?); probabilmente lo farei anche io, per quanto mi ritenga umile, non nego che potrei cadere nella tentazione di pensarmi una persona migliore rispetto a tutti coloro che mi circondano.

Perché loro sono così umili?

Ci ho pensato, in questi giorni ci ho pensato e ripensato, e ho ipotizzato che la loro umiltà non sia una specie di medaglia che il “successo” gli ha donato come omaggio insieme a quelle altre che sono nella dotazione standard della persona-di-successo (stima, denaro, serenità e così via). Se così fosse andrebbe contro le sacre leggi della statistica… E allora?

Mi sono risposto che questa umiltà altro non è che uno strumento (mi sono immaginato un trapano) presente nella cassetta degli attrezzi di ognuno di loro.

È quello strumento indispensabile che ti ricorda sempre che per raggiungere un determinato obiettivo dovrai insistere, probabilmente fallirai anche, spezzando la tua punta più e più volte, ma nonostante ciò non dovrai arrenderti. L’umiltà ti ricorda che comunque non sei solo: potrai sempre chiedere aiuto a qualcuno, che sia un amico, un parente o anche la prima persona che incontri perché se l’obiettivo ti è ben chiaro nella mente, un modo per realizzarlo lo troverai – indipendentemente dal percorso da percorrere.

Questa è la mia idea di umiltà vista (inteso proprio come sensazione) domenica scorsa. A fine mese sarò ad un altro evento Ekis, ma come partecipante, e andrò con l’intento di individuare negli altri partecipanti proprio questa particolare umiltà, oltre ovviamente a portarmi a casa quanto più questa due giorni mi offrirà. Ci riuscirò?

photo credit: “Maybe It’s Another Drill.” via photopin (license)

Ti serve quella domanda!

Caro lettore e cara lettrice, dovresti ormai sapere che mi piace essere quanto più chiaro possibile e anche questa volta sarà così! Proprio per questo ti dico subito, già da ora, che questo post sarà Banale.

In questo post incontrerai una serie di informazioni che sono radicate nel nostro senso comune a un punto tale che spesso si trovano anche nei modi di dire. E allora perché scrivere un post banale?

Lo scrivo perché una cosa, anche se banale, talvolta si scopre essere meno banale di quanto sembra… Basta porsi le domande giuste!

Ma di cosa sto parlando?

Sto parlando di una esperienza, come sempre, che ho vissuto il weekend appena passato e mi ha permesso di capire una cosa che qualsiasi treenne capirebbe: non voglio fare le cose che non mi va di fare. Leggi tutto “Ti serve quella domanda!”

Una vita calma è possibile

Stress, stress e ancora stress…

Tu lavori? Forse sì, forse no, forse lo cerchi ma qualunque sia la tua vita sono sicuro che la parola “Stress” la ripeti almeno 63 volte al giorno, dico bene?

Ho perciò pensato a questa equazione, vediamo se ti riconosci:

Lavoro/studio + vita “cittadina” = stress^2

Cosa ne pensi? Immagino che avrò compreso anche te ma probabilmente tu mi vorrai dire: “Certo Marco, devo fare ogni giorno moltissime cose e il tempo è sempre quello a disposizione: o corro o non finisco per tempo”.

Forse hai ragione però ritengo anche che questa sia più una realtà locale, italiana, piuttosto che universale e ora te lo dico con un esempio:

Sono stato 5 giorni a Berlino in vacanza con amici; Berlino non è proprio una cittadina tranquilla: il traffico è intenso, si sviluppa su una superficie vastissima ed è il cuore politico di una nazione come la Germania, mica pizza e fichi. Ingenuamente si è portati a pensare che i berlinesi dovrebbero essere stressatissimi, per lo meno quanto lo sono i corrispettivi amici milanesi o i bustocchi della più modesta città di Busto Arsizio.

Arrivato a Berlino mi sono accorto che non è minimamente così: il berlinese tipo ha l’aria molto rilassata, serena, e cammina per la sua bella città con la schiena ritta. Da buon sociologo non mi sono lasciato stupire molto della cosa e ho provato a capire perché a Berlino è possibile essere così rilassati e a Milano no.

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L’intenso studio

Dopo 5 giorni di intensa osservazione, nella foto potrai notare un momento di attento studio…

Dicevo, dopo 5 giorni di attenta osservazione sono giunto alla conclusione che le differenze sono sostanzialmente due:

  • Differenze di sistema/struttura
  • Differenze culturali

Ho fatto una scoperta eccezionale, vero?

Vediamo di approfondire, almeno in parte, le mie conclusioni.

Parlo di differenze di sistema/struttura relativamente alle diversità che esisto fra il sistema infrastrutturale di Berlino rispetto a quello milanese, burocrazia (che non conosco ma che sarà sicuramente diversa) e tutto ciò che è Stato. Sotto questo aspetto non mi esprimerò molto perché la cosa non mi compete (probabilmente direi cose insensate) e, oltretutto, ritengo che l’uomo, padrone indiscusso della capacità d’adattamento, sia in grado di riuscire nei suoi intenti adattandosi anche all’ambiente più avverso (che, per di più, ha creato lui stesso).

Pertanto mi sono così concentrato sulle fantomatiche differenze culturali, perciò, tolti gli abiti del sociologo e indossati quelli dell’antropologo, inizio il mio studio dell’alieno-tedesco: in breve mi accorgo che le differenze culturali sono pressoché nulle. Certo, sono strani questi tedeschi, hanno abitudini e mode un poco differenti rispetto le nostre ma in fin dei conti sono europei tanto quanto lo siamo noi (soprattutto i più giovani).

E allora perché diavolo (scusa) loro sono così rilassati e tranquilli mentre noi sembriamo degli scoiattoli inzuppati di caffeina?

E la risposta l’ho trovata, indossando i più confortevoli panni del sociologo, nell’atteggiamento alla vita.

Questa cosa me la sono allegramente inventata però ciò che ho osservato è questo: il relax con il quale affrontano le loro giornate non è dovuto a chissà quale equilibrio cosmico o ipnosi collettiva ma alla fiducia, in sé e negli altri, e alla razionalità strumentale con le quali vivono la loro quotidianità.

Gli imprevisti capitano e da che mondo è mondo il futuro nasconde sempre una dose d’incertezza; se perdo il treno perché sono in ritardo che senso ha imprecare? Nessuno. Più logico avvisare chi mi sta aspettando che arriverò in ritardo perché ho perso il treno.
Aiutare un turista con le indicazioni (maledettissime scritte in tedesco) dei vari treni, tram e metro, cosa ci perdo a farlo? E cosa ci guadagno? La risposta in entrambi i casi è niente, se ci fermiamo nell’immediato, ma alla lunga, e se generalizzato, ci guadagno nella consapevolezza che potrei ricevere un aiuto disinteressato quando io ne avrò bisogno. È la più antica teoria del dono.

È tutto questo insieme di piccole, piccolissime, cose che fa del berlinese un tipo molto Zen, magari all’apparenza un po’ “freddo” (tutta apparenza), che affronta la vita progettando il futuro ma preoccupandosi soltanto del presente; che non interferisce negli affari altrui con sguardi indiscreti ma si offre gentile se pensa che l’altro abbia bisogno di un aiuto.

Questo è quanto ho da raccontarti sulla mia più recente e piacevole scoperta, spero ti sia piaciuta e che, come è accaduto a me vivendolo, scoprire questo di un’altra nazione ti abbia fatto riflettere su come basti poco per rendere il mondo un posto più bello.

Al prossimo mese!

La grande famiglia di #AtlantisX

Carissimo lettore, probabilmente avrai notato la mia assenza dai principali social avvenuta settimana scorsa… Non hai notato nulla? Beh, adesso ti racconto una storia che mi vede protagonista!

Iniziamo dal principio!

Un paio di mesi fa ho ricevuto una mail proveniente dal mio comitato locale di Croce Rossa, la quale conteneva alcune informazioni riguardanti un campo di formazione, chiamato Atlantis, che si sarebbe tenuto a Jesolo nel periodo 18-26 giugno. Bene, bello!

Leggo attentamente e scopro nei dettagli di cosa si tratta: un campo di formazione internazionale, organizzato dal CCM e il tema del campo sarà “I giovani come leader nelle loro società nazionali e comunità locali”. Leggo ancora e… Si avrà l’occasione di vivere la Fiaccolata di Solferino durante il 150 della convenzione di Ginevra. Praticamente l’occasione della vita!

Perfetto, in 3.2 secondi decido che devo partecipare, vedo che è necessario presentare alcuni documenti e il modulo per la candidatura e ho solo 4 giorni per fare tutto! Tempo zero preparo i documenti, rompo le scatole a mezzo comitato per inviare la candidatura, la lettera motivazionale e il CV. È fatta! Devo solo aspettare una comunicazione ufficiale…

… se scrivo questo post è proprio perché alla fine la risposta è arrivata ed è stata positiva!

Le aspettative che riponevo nel campo prima di partirvi erano moltissime ma moltissimi erano anche i dubbi, del resto un campo con ragazzi provenienti da ogni paese del mediterraneo, la mia conoscenza dell’inglese traballante e le numerose ore di formazione da affrontare mi hanno fatto sorgere qualche dubbio… Ma ormai sono in treno con destinazione Jesolo, non posso più tirarmi indietro.

Appena arrivato al campo i dubbi hanno iniziato a sciogliersi come gelato al sole e l’entusiasmo per l’avventura che stavo vivendo cresceva di ora in ora.

Subito abbiamo iniziato a conoscerci e i vari giochi “rompighiaccio” che si sono tenuti la prima sera hanno favorito questo processo. Già al secondo giorno eravamo amici!

Il campo è trascorso rapidamente, in 7 giorni abbiamo vissuto: 10 workshop, decine di giochi, una Fiaccolata, un addio anticipato, migliaia di foto, centinaia di selfie, abbracci e sorrisi a pioggia, lacrime di gioia e di dolore… Una esperienza intensissima che mi ha lasciato un segno profondissimo e che mai dimenticherò (per questo mi ritrovo a scrivere questo post a una settimana dal mio ritorno a casa, dovevo metabolizzare).

A casa con me, oltre al magnifico ricordo, mi porto la consapevolezza che se c’è un obiettivo forte e condiviso qualsiasi differenza passa in secondo piano: nulla è realmente importante se c’è una meta da raggiungere.

Se questo mondo un giorno sarà migliore di come è oggi sarà anche grazie a gente come noi, convinta che ciò sarà possibile e che farà di tutto per ottenere il mondo desiderato. Non sarà facile ma siamo tanti, determinati e ogni giorno più preparati!

Io ci credo e tu?

Se sei arrivato fino a qui devi sorbirti anche queste due ultime righe: questo post è dedicato a tutti gli amici che ho conosciuto alla decima edizione di Atlantis, la nostra #AtlantisX! Grazie per esserci stati, grazie per esserci ancora. Siete i migliori compagni d’avventura!

PS: siccome questo post è il racconto di una magnifica avventura voglio lasciarti i due video ufficiali della stessa, il primo è quello “serioso” il secondo è tutta una raccolta di funny moments, buon divertimento 😉

 

Ecco cosa si #ImparaDaiCampioni

Ormai anche per aprile abbiamo fatto il giro di boa e ci stiamo avviando rapidi rapidi a maggio… Ed eccomi qua con il nostro appuntamento mensile nel pieno del clima festivo!

In genere i miei post nascono da lontano o da una ispirazione momentanea o da un evento o anche da qualche lettura ma questo di aprile invece è programmatissimo, anzi è proprio dovuto!

So che sei intelligente e sono sicuro che avrai già capito di cosa ti racconterò… Bravissimo/a! È la mia personale opinione di un evento al quale ho partecipato il weekend scorso un po’ come è stato per il mese scorso.

L’evento in questione è Impara dai campioni tenuto da Livio Sgarbi. La sostanza dell’evento-corso è molto semplice: una due giorni dove si può provare con mano il coaching e giovare fin da subito dei benefici che il mental coaching può donare.

Questa è la sostanza più assoluta ma per me è stato altro… Molto altro!

Innanzitutto questo evento è stata una magnifica opportunità che mi ha donato Giuseppe, detto Lo Zio, coach di Ekis, che tanto per cambiare ho conosciuto in quel di Twitter e mi ha permesso di venire a conoscenza di questa due giorni: ancora una volta la potenza del social network mi si rivela con tutta la sua immensità.

Questo poi non è stato soltanto una conferma ma anche e soprattutto una occasione di vedere e provare con mano il famosissimo coaching che nell’ultimo anno, con alti e bassi, mi sta coinvolgendo sempre più a livello teorico; in questa occasione l’ho provato su di me e ho potuto osservare un professionista di questo campo: non posso nasconderti l’emozione di poter vedere in azione quelle tecniche e strategie da me studiate.

Devi sapere che non ero solo a questo evento ma vi hanno partecipato centocinquanta persone ognuna di esse con i propri obiettivi-problemi da raggiungere e con i quali ho potuto scambiare sorrisi, abbracci, opinioni e idee… Mi stupisco sempre di come perfetti sconosciuti, con le giuste condizioni, si aprano così tanto ad altri perfetti sconosciuti! La voglia di raccontarsi è sempre superiore a qualsiasi paura di esporsi.

Io sono tornato con la convinzione di aver trovato quale strada intraprendere: a dire il vero la convinzione c’era già ma è sempre stata un po’ confusa e fumosa. Ora è più chiara e te ne accorgerai nei prossimi mesi con i post che verranno!

Questo è tutto, colgo l’occasione, ancora, di ringraziare Giuseppe e Francesca che mi hanno permesso il primo di esserci e la seconda di conoscere Giuseppe! R’n’R ragazzi!

Ah, dimenticavo, ora tocca a te mia cara lettrice e mio caro lettore: quanto lontano ti ha portato un tweet?

Una cena davvero intelligente: una #SmartDinner

Cara lettrice e caro lettore, non so che cosa salterà fuori da questo post, ti dico solo una cosa: è passata la mezzanotte da quasi due ore dopo una serata di quelle proprio proprio belle maaa… Facciamo ordine!

Sai con quanta fatica ho ottenuto questo titolo: SOCIOLOGO! Senti come suona importante? Ok, la smetto…

Dicevo… Sai appunto che ho studiato sociologia e con essa tante cose più o meno belle, spesso mi viene posta la domanda “e quindi?” beh, uno dei “e quindi” che mi ha fornito questo percorso formativo è una spiccata (ma quanto me la tiro oggi/domani?) capacità di analisi dei fenomeni sociali.

Il fenomeno sociale che ti sto per raccontare è una cosa stranissima, che credo che quasi non esista in Italia sotto questa forma: il Meeting aziendale.

E qua: SBAM! Mi puoi far piovere addosso una serie di obiezioni! E fai bene…

Ma il meeting aziendale non è nuovo, giusto, pensa a Confindustria, Confcommercio, Confqui e Conflà… Hai ragione!

Se gli industriali si trovano ai forum, gli artigiani alle fiere, gli attori sui red carpet e così dicendo, i “nuovi” artigiani della conoscenza, gli ormai indistinti freelancer e startupper, dove si riuniscono per fare rete? (Che poi spesso in rete ci vivono e lavorano)

Dai, dilla! So che la sai…

Bravissima (o bravissimo)! Hai indovinato! A cena, come è ovvio!

Già, incredibile! Il modo più semplice per conoscersi e fare rete è mangiare qualcosa tutti assieme, condividendo fisicamente lo stesso spazio, scambiarsi sguardi, sorrisi, strette di mano e, perché no, anche i contatti, per una, chissà, futura collaborazione o una nuova splendida amicizia!

Ti sto scrivendo questo flusso di idee, magari anche ben confuse, dopo una serata incredibile! Sono appena tornato dalla seconda #SmartDinner che la geniale Francesca (non c’è mica un detto che dice: tra geni ci si riconosce?), con gli altrettanto straordinari Valentina e Mario, ha organizzato presso OkNetwork.

Cosa potrei dirti? Mi spiace solo che tu sia mancata/o.

La prima #SmartDinner, quella di dicembre, è stata una piacevolissima cena fra vecchi compagni di scuola. Ci si conosceva tutti, o quasi, ma bisognava riconoscersi, associare i visi alle storie e raccontarsi cose nuove.

A questa #SmartDinner, invece, si è fatta festa con giochi, musica e tante nuove storie da scoprire; un gran numero di persone nuove da conoscere (purtroppo non sono riuscito a conoscere tutti) e da farsi raccontare, unite alle vecchie e nuove conoscenze nate sui social da ritrovare.

Devo raccontarti altro? Beh, sì, certo!

Alla prossima #SmartDinner tu non potrai mancare, non hai più scuse! Io sono già curioso di scoprirla e tu?

 

Ah, ultima cosa: PRIMOOOOO!!! Il primo post sulla #SmartDinner è mio! 😛

Dove vogliamo andare (?)

Caro lettore e cara lettrice, se mi leggi fra questi spazi già da un po’ forse forse lo sai che cosa mi impegna quando non studio e non lavoro: il volontariato.

In effetti ci ho fatto anche una tesi, non è assolutamente una parte secondaria della mia vita… Ma non sono qui ora a dirti quanto mi soddisfi fare volontariato – però mi piace tanto e se ti interessa come argomento ne possiamo parlare.

Ti scrivo queste righe perché voglio raccontarti cosa mi è successo durante un servizio di qualche sera fa: io e il mio equipaggio siamo stati chiamati ad intervenire per una giovane ragazza con difficoltà respiratorie. In pochi minuti raggiungiamo il luogo indicato e ci troviamo nei dormitori adiacenti ad un istituto superiore della città; qui ci accoglie immediatamente una ragazza, pensiamo essere la compagna di stanza della malcapitata, e invece no: è proprio lei la nostra paziente. Fatto quel che si doveva fare, la accompagniamo in ospedale per una visita e durante il tragitto abbiamo modo di interagire un po’ con lei. Scopro che questa ragazza, diciottenne, è russa e vive in Italia soltanto da cinque mesi ma non solo! Gli ultimi cinque anni li ha passati in giro per l’Europa, trascorre qualche mese in Ungheria prima, poi quattro anni in Svizzera e infine giungere in Italia. La storia è molto curiosa, capita di relazionarsi con studenti stranieri ma mai così giovani. Non posso resistere, devo indagare!

Con le giuste domande il quadro mi diventa molto più chiaro. La nostra amica è una studentessa di lingue straniere e qual è il modo migliore per impararle se non andando a studiarle dove sono parlate?

Hai capito? I ragazzi e le ragazze russi/e, probabilmente di buona famiglia, che hanno intenzione di imparare una lingua straniera, fanno fagotto e si iscrivono a scuola nel paese che interessa loro! Questo è quanto mi ha detto. È una cosa normale, non trovi?

Nei giorni successivi, fino a quando non mi sono deciso di scrivere queste righe, medito a quanto e come mi ha detto quella ragazza… È normale… È normale… È normale… È normale andare a studiare lingue all’estero…

NO! Non lo è… Non qui, in Italia!

Pensaci, quanta gente conosci che è stata all’estero per un periodo, più o meno lungo, a studiare? Immagino diverse persone, almeno cinque direi. Ma quanti di loro si sono trasferiti per studiare all’estero a soli tredici anni? Nessuno! Follia! Beh, ci sono culture nelle quali è normale. Fantastico, vero?

Ripenso così alla nostra Italia, ai problemi economici, sociali e culturali che negli ultimi anni la affliggono e ripenso a loro, ai 4 bambini, di evidenti origini nordafricane, che ho visto giocare un mese fa in un microscopico parchetto della città e penso che è in loro, negli stranieri, l’opportunità di far cambiare visione del mondo agli italiani. Italiani che proteggono i propri figli come fossero soprammobili di cristallo, che colpevolizzano i giovani che non trovano lavoro ma ai quali non affiderebbero nemmeno un posto da cassiere al supermercato perché non hanno le “dovute esperienze”, italiani che vedono il viaggio all’estero come un avventura, da fare solo se si è grandi, che ripetono ai ventenni che loro saranno il futuro, quando nel resto del mondo sono i ventenni a fare il presente.

A tutti questi italiani dedico questo post, nella speranza che rielaborino la loro visione del mondo, e lo dedico anche a tutti quegli uomini e donne che, provenienti da altri mondi, portano un po’ di modernità in questa Italia ferma al palo da ormai troppi anni.

Con questo ho concluso, mio caro lettore e mia cara lettrice, i toni sono un po’ forti, lo so, ma qual è il modi migliore per dire tutto ciò? Ti invito a dire la tua, a esprimere le tue idee, vedi anche te negli stranieri una potente risorsa di modernità?