ABCDE del conversatore

Cara lettrice e caro lettore mi sembra di essermi sempre esposto nel mio blog, di averti raccontato molti aspetti della mia vita, fra i quali anche il mio impegno nel volontariato.

Il post di questo mese prende in prestito lo schema utilizzato nel soccorso per effettuare la valutazione del paziente: questo schema è l’ABCDE. Non voglio tediarti con la descrizione della procedura (ma se sei ti interessa il link può soddisfare la tua curiosità), ti basti sapere che per ogni lettera corrisponde una serie di compiti e di parametri da valutare, dai più urgenti e importanti ai secondari.
Poi, nella pratica, capita di fondere assieme alcuni punti di questa valutazione rompendo la distinzione netta fatta dallo schema.

Prendendo spunto dalla ABCDE del soccorritore ho creato la mia personale ABCDE del conversatore: è lo schema che, se mi ricordo di utilizzare con attenzione, mi permette di ottenere da moltissime chiacchierate delle conversazioni significative.

Ora bando alle ciance, Iniziamo dalla…

A di Ascolto

Per rendere fin da subito la conversazione proficua e interessante è necessario mettersi da parte per un attimo e lasciare al nostro interlocutore tutto lo spazio che gli si rende necessario: lui è il nostro gioiello e la storia che ha da raccontarci la brillantezza espressa (fidati, chiunque ha una storia da raccontare, anche il più scapestrato). Un aiuto all’ascolto bisogna giocare col proprio corpo, hai mai visto un bambino davanti alle vetrina dei dolci? Cosa fa? Ha lo sguardo fisso sull’oggetto del desiderio, il corpo proteso verso quella vetrina e un sorriso rilassato. Tu devi fare lo stesso nei confronti del tuo interlocutore: guardalo negli occhi, sorridigli e protenditi verso di lui, con il collo ritto e le mani ben in mostra!

B come bene-dire

No no, non è un errore. Riti religiosi e chiesa qua non entrano in gioco qua entrano in gioco formule magiche potentissime!

Già, perché bene-dire? Perché quando il nostro interlocutore parla non sta monologando, lui parla a noi ed è necessario che noi gli diamo risposta, in che modo? Il modo che ritengo migliore è assecondarlo, almeno in parte, seguire la logica del suo discorso e dargli alcune conferme, niente accuse o sentenze: queste sono l’ingrediente principe dello scontro e noi non lo vogliamo, non vogliamo che il nostro interlocutore si barrichi sulle sue posizioni. Noi vogliamo creare con lui una relazione di valore!

Per aiutarci nel nostro compito abbiamo bisogno di tante…

C… Coccole

Già, le coccole, a chi non piacciono? Ah, non fare quella faccia, non parlo di quelle “coccole” … Sono coccole gli sguardi, i gesti, le espressioni e le conferme.

Sai, quando una persona si racconta difficilmente è in cerca di critiche e opinioni da noi, il più delle volte è alla ricerca di conferme e approvazione. Perciò le coccole sono lo strumento utile per poter muovere qualche critica (sia positiva che negativa) e poter instaurare una relazione ricca.

Ma quali sono queste coccole? Ancora una volta guardiamo ai bambini, cosa fanno quando giocano? Cercano il contatto fisico, in parte, ma soprattutto il contatto emotivo con sorrisi, tanti sorrisi, con gli occhioni spalancati come finestre sul mare e scambiandosi piccoli doni e gentilezze.

Tu devi provare a fare lo stesso, magari lasciando da parte il contatto fisico, almeno sulle prime (anche se la stretta di mano è un chiarissimo esempio), ma puoi utilizzare tanto contatto emotivo attraverso i tuoi gesti e i tuoi sguardi. Sii gentile con il tuo interlocutore e la qualità della relazione sarà stellare.

D come Domandare

Ebbene sì, la D è proprio quello: Domandare.

Nel soccorso, a questo punto, si valuta la risposta neurologica, sottoponendo il paziente-interlocutore a degli stimoli e richiedendo a lui di svolgere dei compiti. Allo stesso modo, per tenere in vita la conversazione e aperta la condivisione, è necessario porre delle domande al nostro interlocutore, dobbiamo coinvolgerlo, interrogandolo senza troppo timore su alcuni aspetti a noi non chiari.

Non bisogna temere di porre domande, se sono stati seguiti i tre punti precedenti le domande nasceranno spontanee e il nostro interlocutore sarà ben felice di risponderci, anche a quelle domande un po’ scomode.

Ricordati che amiamo raccontarci e avere qualcuno che ci pone domande, con interesse, sulla nostra persona è un toccasana per l’ego.

E, proprio quell’Entusiasmo

A questo punto siamo giunti al termine, non ci resta che parlare della E di Entusiasmo.

Cosa sarà mai? È l’ingrediente segreto per una buona relazione, ma non solo, l’entusiasmo è quella luce negli occhi che ti si accende quando qualcosa o qualcuno ti solletica l’animo e porta allo scoperto le tue emozioni.

Sono sincero con te, questo punto non è farina del mio sacco, mi sono lasciato ispirare da questo post di Andrea. Ho voluto includerlo perché, come nel soccorso il punto E rappresenta l’Esposizione della ferita, l’entusiasmo, allo stesso, espone le nostre emozioni mettendocele in mano e lasciandole in dono al nostro interlocutore.

Quando una conversazione diventa entusiasmante questa diventa eterea, il tempo passa e non ci si accorge nemmeno di come riesca volare: è l’ingrediente che contraddistingue una condivisione ricca da una conversazione superficiale.
Cara lettrice e caro lettore questo mese ho deciso di regalarti una chicca: il mio personale script per andare d’accordo con tutti e riuscire ad ottenere il meglio dalle persone con cui entro in relazione.

Un attimo d’attenzione però, questa non è pretesa di verità, non sono un guru e non intendo certo diventarlo: questo qui sopra è lo schema che mi permette di ottenere da una conversazione una condivisione.

Perché distinguo conversazione da condivisione? Perché ritengo che non tutte le chiacchierate sono uguali, pensaci: con quante persone hai modo di parlare durante la tua giornata?

Una persona? Cinque? Venti? Cento? Ma poi, la sera, quando ti metti a letto, di quante ti è rimasto qualcosa? Immagino nessuna… Forse un paio!

Ecco, quelle due chiacchierate che ti sono rimaste sono quelle che chiamo condivisioni: ti resta qualcosa, in te, dell’altro e lo stesso probabilmente sarà successo a lui/lei.

Non è magia è solo la realizzazione di quel contatto emotivo tra due persone che, per i più disparati motivi, ci dimentichiamo di creare (o forse non siamo più in grado di creare). Non pensare che per te sia impossibile, se osservi i bambini ci riescono sempre, tutti i giorni, a creare questo legame e anche tu, diversi anni fa, sei stato/a bambino/a: devi soltanto riprendere ad allenare quel bambino che hai dentro di te.

Qui sopra ti ho donato la mia “tecnica”, prova ad utilizzarla oppure usane una diversa che più ti s’addice e se vuoi raccontarmi il tuo schema ne sarei entusiasta.

photo credit: -JosephB- via photopin cc

Alcol buono Vs Alcol cattivo

Immagino che vi starete chiedendo quale sia la pertinenza di questa foto con il titolo… Adesso ci arriviamo, prima voglio tediarvi con l’introduzione e tante altre parole sull’alcol e il suo consumo:

ta ta ta… INTRODUZIONE:

Qualche giorno fa, forse l’altro ieri o forse il giorno prima, ma poco importa… Qualche giorno fa, con @Pagiuse1984 e @eudai_monia, ho avuto un simpatico scambio di tweet che, senza alcun nesso logico, ci ha portati a conversare dei nostri gusti in fatto di alcolici (e super alcolici). Alcune ore dopo che l’esaurimento di questo flusso di tweet mi è venuto in mente questo, un post in cui @andreagirardihr effettua una magistrale tirata d’orecchi nei confronti di chi consiglia il “cicchetto” per essere maggiormente se stesso, come se l’alcol avesse il potere magico di tirar fuori il “vero io”…

Da qua iniziamo a riflette:

Ebbene, tutto ciò che ho scritto sopra per dire cosa?
L’alcol è un manufatto dell’ingegno umano che ci accompagna da migliaia e migliaia di anni, la cui produzione è diventata una vera e propria arte: dalla semplice macerazione anaerobica di avanzi di cibo, come pare sia andata la scoperta per i nostri antenati, alla più complessa distinzione in decide, se non centinaia, di categorie di vari distillati.

Come tutti i prodotti umani, anche l’alcol, ha i suoi simpatici significati simbolici, ovvero esso non è semplicemente un prodotto con alcune proprietà tecniche, indicate con numeri e sigle, ma anche proprietà simboliche, dei simboli a cui l’uomo attribuisce dei significati.

Questi simboli variano di cultura in cultura e, nella nostra, i simboli, e gli usi, sono molteplici, ad esempio pensiamo a quanto spesso il vino appare nella nostra vita, per noi italiani:

Capodanno -> spumante. Perché per forza lo spumante?

Cena di gran classe -> un vino diverso per ogni piatto, perché? Qualcuno mi dirà “ovvio, ogni vino ha gusti differenti che meglio si abbinano con la portata”. Io dico: BALLE! Quanti sono in grado di cogliere al pieno i sapori di tutti questi vini? Per non parlare del fatto che biologicamente (e sociologicamente) differiamo tra noi e quindi il sapore percepito da me non deve per forza essere identico a quello percepito da te. Ritengo che sia una questione di status symbol. Un modo elegante per dire: “sei un poveraccio! Io posso aprire 10 bottiglie di vino durante una cena e permettermi il lusso di bere solo un bicchiere da ciascuna”.

Messa -> C’è bisogno di dirlo?

E voi ora vi starete chiedendo dove io voglia arrivare, giusto?

Voglio arrivare a mostrarti una cosa: il consumo dell’alcol è strettamente collegato alla simbologia attribuitovi, perciò il suo consumo è regolato dalla società e dai valori della stessa. Nella nostra società il consumo di alcolici non è totalmente bandito, anzi, per certi aspetti è incoraggiato (quante volte si pubblicizza un alcolico in TV?) ma tale consumo deve avvenire in certi contesti, in certi momenti e con alcuni significati. Quando questo non avviene, o quando il consumo diviene patologico, si sviluppa una assuefazione, la società ne condanna l’uso, esattamente ciò che ha fatto Andrea nel suo post.

Personalmente condivido l’opinione di Andrea riguardo l’uso dell’alcol e condanno anche io quest’uso così strumentale però, allo stesso tempo, mi piace rifletterci sopra e infatti ho subito pensato al narghilè. Il famoso narghilè che compare nell’immagine.

Quanti di voi lo fumano? Pochissimi di voi lo avranno fumato e credo nessuno regolarmente. Cosa accadrebbe se vi metteste a fumarlo in pubblico? Tralasciando la comicità della scena di voi in metro con un narghilè sotto braccio, immagino che gli sguardi che attirereste sarebbero quanto meno di curiosità, anche se è altamente probabile che attirereste anche sguardi di disapprovazione. Questo perché? Perché l’uso del narghilè, nella nostra cultura è alieno, non è disapprovato ma certamente è fortemente connotato: lo si fuma in occasioni particolarissime, in luoghi esotici e con alcune persone. Eppure, ci sono luoghi, in questo mondo, dove si va appositamente a fumare il narghilè, come noi europei andiamo al pub a bere una birra con gli amici.

Concludendo:

Ora vi rivolgo a voi, vorrei che proviate a fare un gioco: quante e quali sono le cose che fate regolarmente (cose legali, mi raccomando!) che però vengono condannate, più o meno simbolicamente, se le faceste in altre occasioni o in altri luoghi rispetto a quanto fate di solito?

Ora a voi, divertitevi! E se poi ne vorrete parlare, vi invito a lasciare un commentino.

Da domani, tutti in metro col narghilè sottobraccio!

Il contesto è importante!

Mi sto rendendo conto che spesso non parlo la stessa lingua di chi ho attorno, anche stasera ho avuto una interessante conversazione con una amica avente per tema l’olocausto.

Le argomentazioni a confronto erano due: la sua del “perché nessuno ha fatto niente” equivalente al “perché nessuno si è ribellato” e la mia del “l’olocausto (e i drammi della seconda guerra mondiale) si è verificato perché il momento storico era favorevole affinché si arrivasse a quelle conclusioni”. Non sono qui a scrivere per trattare l’argomento dell’olocausto perché sono certo che lo affronterei in maniera imprecisa ma vorrei piuttosto concentrarmi su questo fatto: la contestualizzazione è spesso trascurata, rimandata ad un qualche astratto sapere universale.

Il mio approccio relativista e fenomenologico agli eventi sociali mi porta ad osservare il mondo il più possibile con gli occhi dell’altro, a comprendere perché l’altro compie alcune azioni e non altre e a esprimermi a riguardo di queste azioni solo al termine del “processo” analitico. Ritengo (forse con un pizzico di superbia) che questo modo che ho di osservare i fatti stia diventato ormai una necessità dell’uomo del XXI secolo anche solo per affrontare conversazioni al bar dei vari fatti che accadono qua e là nel mondo globale; non basta più guardare i fatti dalla finestra della propria camera ma cercare – per quanto a volte sia molto difficile – di guardarli da una posizione più ravvicinata, più interna all’evento.

Sono sicuro che chi sta leggendo si starà ponendo la classica domanda “va bene, quindi così giustifichi tutti” e invece no; non giustifico né tantomeno assolvo, semplicemente cerco di far luce su quello che ogni giorno accade attorno a me nel tentativo di spiegare a me stesso perché le persone commettano azioni così assurde e immotivate nonostante sappiano, o presumo che sappiano, i rischi a cui vanno incontro.

Vorrei quindi che chi legge queste poche righe provi a chiedersi “perché questo?”, che si ponga la più ovvia delle domande e cerchi, guidato da questo interrogativo, a indagare la storia che si nasconde dietro gli occhi di l’azione l’ha compita.

Religione cattolica, religione di stato laico!

Questo sketch dello spettacolo teatrale Recital di Corrado Guzzanti, andato in onda su La7, ha scatenato le ire del presidente dell’Aiart (Associazione italiana ascoltatori radio e televisione) onlus creata nel 1954 per iniziativa di Azione Cattolica.

Qui di seguito la nota del presidente dell’Aiart: «Siamo stati sollecitati da telefonate e mail per il Recital “di e con Guzzanti” andato in onda ieri sera su La7 in prima serata. Il programma è offensivo dei sentimenti religiosi dei cattolici e, più in generale, di quanti liberamente professano una confessione religiosa. Guzzanti, credendo di fare satira, appare vestito da Cardinale, e irride alla Trinità, alla Madonna di Lourdes, al Vangelo, alla Chiesa, al Pontefice e con battutacce da caserma ‘liquida’ le posizioni della Chiesa sulla bioetica. Abbiamo dato mandato al nostro legale avvocato Caltagirone di presentare denuncia alla Procura della Repubblica di Roma. Per un’ora vomita falsità e dileggio alla Chiesa, offendendo il sentimento religioso dei telespettatori. L’Aiart chiederà al Consiglio nazionale utenti, nella prossima assemblea plenaria, di presentare un esposto all’Agcom perché accerti violazioni e sanzioni di questo programma, che non ha niente a che vedere con la satira e con lo spettacolo. A La7 l’Aiart chiede di sospendere il programma che, pensiamo, discrediti la stessa emittente che, con i suoi programmi, tanta credibilità ha acquisito tra i telespettatori».

Prima di vedere lo sketch ho letto la dichiarazione del presidente dell’Aiart Borgomeo e sono rimasto incuriosito da ciò che avrei potuto trovare del resto le parole da lui utilizzate sono forti. Cosa avrà mai detto di così grave Guzzanti?
Guardo i due video dello sketch incriminato e trovo satira (del resto, in uno spettacolo satirico ci si aspetta di trovare della satira), molta satira sui vari aspetti più contraddittori della religione cattolica ma una reazione così mi sembra esagerata. Esporre denuncia e minacciare sanzioni per uno sketch satirico mi sembra eccessivo e potrebbe costituire, in caso l’Agcom lo ritenga offensivo, un pericoloso precedente che possa minare ulteriormente la già limitata libertà di parola.

Vorrei poi considerare un altro punto, quante volte nei salotti televisivi, c’è un prelato di vario grado che parla di bioetica, aborto, concepimento e tutti quegli aspetti della vita che un uomo di chiesa non potrà mai essere interessato direttamente? E quante di queste volte io, da laico, mi sono sentito offeso, infastidito o indignato dalle parole sentite pronunciare ma che ho, poi, sempre inteso nei termini della libertà d’opinione e quindi tollerato? (Anche nei casi estremi in cui un prete esprime la sua opinione sui comportamenti femminili provocatori nei confronti degli uomini).

Dov’è la laicità in questa Italia? Perché non possiamo istituire la religione cattolica come religione di stato? Almeno noi laici la smetteremmo di inalberarci per questo tipo di questioni, i cattolici vedrebbero tutelate le loro idee per legge e si smetterebbe di sputare sulla cara Costituzione, sempre più malridotta.

Chiedo scusa per questo sfogo, l’intento di questo blog è quello di raccogliere qualche pensiero, qualche aneddoto e qualche mia considerazione sulle più varie questioni della vita di tutti giorni e non di pubblicare crociate personali ma questa volta ci tenevo a esprimere il mio dissenso per questi fatti che purtroppo risultano ancora molto frequenti.

Fonte: http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=38004&typeb=0&06-01-2013–Integralisti-all-attacco-Guzzanti-e-blasfemo

E basta un sorriso

Una minuscola smorfia, appena percettibile, e un viso cambia completamente. Questo sorriso e una frase un poco sgrammaticata mi fecero conoscere una nuova compagna di corso: una ragazza normale, normalissima, come tante altre ma con un “non-so-che”.

Finalmente sta per terminare la lezione e inizio già a immaginarmi come il suo Virgilio nell’inferno dell’”istituzione Bicocca” e infatti finisce la lezione e ci scambiamo subito poche parole una di queste è la su richiesta sul dove siano collocate le macchinette. A questa domanda non posso non mostrarle la strada e la accompagno alle macchinette. Durante il tragitto, come è ovvio, le inizio a spiegare “la Bicocca” ma mi interrompo presto, la curiosità è troppa, devo chiederglielo: Di dove s…
Non faccio in tempo a finire la frase che me lo dice lei: è francese. Da qui la conversazione prosegue a fiume, devo conoscere la sta storia! È una ragazza francese trasferitasi in Italia per stare più vicina al moroso che abita a “soli” 150 Km da Milano. Niente Erasmus ma all’avventura più completa con tutte le difficoltà che si possono incontrare nel trasferirsi in un altro paese, in un’altra università, lontani da casa e da tutto e avere l’unico riferimento ad un paio d’ore d’auto da Milano. Incredibile.

Questo fatto dapprima mi ha lasciato sorpreso e un po’ incuriosito ma poi a casa ho capito, ho capito il suo sguardo, il suo sorriso e la luce nei suoi occhi. Quello è lo sguardo della giovinezza, ho visto lo sguardo della giovinezza negli occhi di quella ragazza così normale ma così diversa.
Uno sguardo così non si può non riconoscerlo, è lo sguardo del “ma chi se ne frega, io c’ho 20 anni!”, che si concretizza poi in quella avventura, correre a inseguire un amore lontano; quello è lo sguardo che ogni 20enne dovrebbe avere e invece, quando osservo lo sguardo dei vari miei coetanei che posso incrociare sul treno, trovo solo sguardi spenti, apatici, come quelli di un qualsiasi cinquantenne stanco o di chi ormai dalla vita ha già avuto tutto e sopravvive soltanto nella speranza che qualche cosa gli accada; vedo solo sguardi senza futuro ovunque senza più speranza, senza nemmeno più un’illusione di vita.

È questa la differenza che ho notato, un semplice sguardo mi ha fatto capire chi siamo noi: un paese senza più speranze, desideri, volontà e sarà così finché non si riuscirà a ritrovare l’orgoglio per la propria giovinezza e far si che essa diventi il motore per il cambiamento.