Lettera aperta di un rancoroso a Bebe Vio

Cara signorina Vio,

Sono Rancoroso, fino a ieri tuo ammiratore, ma oggi ho deciso di scriverti perché così non mi sta bene. Non mi sta bene che tu vada alla Casa Bianca, non mi sta bene che tu indossi un bel vestito, che non sappia che si dica “gambe col tacco” e non mi sta bene che tu sia felice.

Non mi stanno bene tutte queste cose così normali perché tu non sei normale, in fondo la tua disabilità mi ha sempre permesso di poter dire “che brava Bebe ma poverina, che destino terribile che ha avuto” e invece con un sorrisetto adolescenziale mi ricordi che sono io ad avere un destino terribile, ora, ogni giorno e per sempre.

Noi gente “normale”, noi padroni della società grazie alla nostra mediocre maggioranza abbiamo bisogno di voi disabili, voi sfortunati e voi deboli come oggetti da compatire e non come soggetti da ammirare. In fondo siete un memento per noi “normali” che la nostra vita non faccia così tanto schifo perché c’è qualcuno qui a due passi da noi che ha una vita peggiore, perché magari non può camminare o non può parlare o non può mangiare o uscire di casa con la consapevolezza di tornarci sano e salvo.

Sì lo so che hai vinto tutto nella tua categoria ma in fondo le paralimpiadi sono un gioco che vi concediamo a voi diversi per potervi sentire un po’ più normali, è solo pietà, ma poi, quando camminate fra noi, vi ricordiamo sempre che siete voi quelli diversi e per quanto siano straordinarie le vostre imprese non potete nulla contro la mia macchina parcheggiata sulle vostre belle strisce gialle.

Forse ti chiederai anche perché, fra tutti, ho scelto di prendermela con te (ma ci tengo a ricordarti che hai iniziato prima tu) e la risposta è molto semplice: fra tutti, atleti paralimpici e non, miliardari, politici, VIP e chi più ne ha e più ne metta, tu sei l’unica che mi renda rancoroso. Non posso prendermela con Zanardi, lui è da sempre sulla cresta dell’onda e poco importa della fatica e dei sacrifici che lo hanno portato fino a lì: lui era irraggiungibile, quasi un Dio, e anche ora, con due gambe in meno, resta lì. Fisso. Di lui posso solo provare invidia perché la sua è una vita da favola.

Ma tu no!

La tua vita è stata un incubo ai miei occhi ma hai voluto rifiutare lo stereotipo del povero disabile; hai voluto fare la sovversiva e diventare la Bebe Vio che mi ricorda che in fondo la mia vita fa schifo, che mi ricorda anche che attribuire a fantomatici “altri” i miei problemi alla fine è solo una palla qualsiasi per non impegnarmi davvero, che i miei problemi, quelli che nella mia testa sono dei monti così alti che K2 ed Everest in confronto sono collinette, ecco, quei problemi lì in fondo sono solo i limiti che ho dato alla mia voglia di impegnarmi, di desiderare e di lottare.

Per il modo normale di vivere, gioire e sbagliare, io provo rancore. La tua normalità è uno schiaffo alla mia.

Con affetto,

Rancoroso