C’era una volta un ragazzo…

C’era una volta un ragazzo, figlio della sua terra, una terra difficile malgrado la natura l’abbia resa così fertile.

Aveva circa vent’anni, forse di meno, le mani già dure dagli anni di lavoro, il fisico magro perché un paese in guerra fatica a sfamare i suoi cittadini e lo sguardo limpido che permetteva di leggervi l’entusiasmo di chi a vent’anni sogna per sé, soprattutto per sé, un futuro migliore, splendente come quelle due biglie divise da un naso sottile.

Malgrado la guerra era sereno, i suoi due fratelli maggiori erano partiti per il fronte ma di tanto in tanto riuscivano a comunicare con lui e la sua famiglia e poi, quattro braccia in meno si sento, il lavoro è tanto e non è facile pensare alle barbarie della guerra quando non si ha la certezza di mettere qualcosa sotto i denti la sera.

Un giorno però, un giovedì di mercato qualsiasi, apprese che il nemico aveva da poco assestato un duro colpo all’esercito che difendeva la sua terra, la sua famiglia, e si muoveva a gran velocità nella sua direzione. Che fare?

Prima di tutto correre, corre a casa ad avvisare i genitori e i pochi amici rimasti e poi… Poi decidere cosa fare diventa difficile. Restare? Scappare? Arruolarsi in qualche battaglione di ribelli? Quale futuro scegliere?

Lui, il mio protagonista immaginario, potrebbe chiamarsi Andrea o Giovanni o Michele ed essere un ragazzo qualsiasi di un qualsiasi paesino emiliano durante la seconda guerra mondiale oppure potrebbe anche chiamarsi Samir o Abdullah o Hamed essere un ragazzo somalo e vivere oggi su questa nostra stessa terra ma dalla parte sbagliata del Mediterraneo.

Oggi come settant’anni fa, ancora oggi, uomini, donne e bambini, spesso giovani e giovanissimi, decidono di abbandonare la propria terra, i propri cari, per scappare da guerre disumane.

Fra pochi giorni festeggeremo l’anniversario, il settantesimo, della liberazione d’Italia dal nazifascismo e in quel giorno ricorderemo partigiani e vittime della follia e tutti coloro che combatterono per permetterci oggi di vivere in questo paese, che per quanto disgraziato, resta comunque un paese libero, ricco e giusto. Loro, quei ragazzi che ci donarono questa Italia, sono morti inseguendo un sogno dal profumo di libertà, di progresso e di pace e per lo stesso identico obiettivo migliaia di disperati, provenienti da ogni paese africano e non, sono morti nelle calme acque del Mediterraneo, del Mare Nostrum.

Dove sta quindi la differenza? Non sono anche loro dei martiri per la libertà?

Ritengo che tutti coloro che decidono di giocarsi l’anima per inseguire il sogno di una vita migliore, una vita dove ti è permesso di immaginare il futuro, siano da aiutare con tutta la forza possibile per permettergli di raggiungere quel sogno.

Io, purtroppo, non so come poterlo fare, quali leve politiche muovere; io mi impegno però ogni giorno a donare al profugo che approda sulle coste della nostra Italia tutto il rispetto che merita e lotto, anche con questo post, perché ciò diventi comportamento comune fra tutti gli italiani.

Perché ogni morto, uno soltanto, è già troppo!

photo credit: Paper Ship. via photopin (license)